29.12.08

GIOVANNI SOLLIMA E LA SUA MERAVIGLIOSA CURIOSITA’ CREATIVA

Giovanni Sollima. Un nome che ogni tanto mi riecheggiava nelle orecchie. Sapevo che era un violoncellista, ma non molto di più. Avevo sentito frettolosamente qualche brano tratto da un cd, ma mi era rimasto poco della sua musica. Non era sufficiente a dargli un significato. Così lo scorso 12 dicembre sono andato ad ascoltare il suo concerto “We were trees” al Teatro Condominio di Gallarate anche se con un po’ di timore. Non nego che avevo paura di trovarmi davanti un Giovanni Allevi al violoncello.
Invece sono rimasto assolutamente folgorato dalla sua musica.
Il progetto che presentava lo vedeva accompagnato dai Kaleidoskop Solistenensemble, un gruppo di giovanissimi e preparatissimi musicisti prevalentemente tedeschi. La maggior parte avranno avuto meno di 25 anni. Solo archi, sei violini, due viole, due violoncelli e un contrabbasso, diretti da Julian Kuerti.
Oltre a Sollima, come solista un altro violoncello, quello dell’altrettanto sorprendente Monika Leskovar .
Diverse sono le cose che mi hanno lasciato completamente esterrefatto in questo concerto.
Prima di tutto la capacità compositiva di Sollima che sembra aver veramente trovato un punto di unione non solo di diverse generi musicali, ma soprattutto di culture e arti differenti. Un melting pot che ti travolge e dove è lampante che commistione non fa rima con moda. In Sollima entrare e uscire da un genere all’altro non è mai pretestuoso o forzato come spesso, spessissimo accade. La sua musica ci fa sentire veramente in un terzo millennio musicale dove la grande tradizione della composizione classica si fonde con la musica etnica mentre la ripetitività di alcuni moduli del minimalismo del secolo scorso fanno da spunto a invenzioni che vanno a braccetto con il rock.
Non mancano virtuosismi su melodie arabeggianti per poi far spuntare echi di un pop alla Beatles.
E tutto presentato con sincerità. Mentre ascoltavo Sollima, che se la godeva sul palco con la sua musica, mi era lampante la sua formazione musicale.
Insomma attraverso la sua musica mi sembrava di conoscere questo musicista da sempre. Di rivederlo nella sua cameretta mentre studiava da ragazzino. Da una parte i vinili di Rostropovich e dall’altra i cd di Emerson, Lake e Palmer o dei Traffic. Gli studi classici, la composizione ma anche l’amore per altre musiche. Forse anche molti dissidi interni contro la rigidità del mondo della musica classica che ha comunque frequentato con successo e talento.
Un uomo che nella sua vita avrà sempre avuto curiosità per ogni forma di cultura: dal punk inglese al jazz.
Oltre al lato compositivo mi ha colpito il fatto indubbio che strumentalmente questo musicista è veramente bravo. Non c’è molto da dire. Io per anni mi sono emozionato nell’ascoltare il piglio sicuro del lettone Mischa Maiski, ma senza confronti, che non sono in grado di fare, il nostro Sollima non mi ha fatto avere rimpianti. In lui il virtuosismo non mi è sembrato mai fine a sé stesso. Arriva al pubblico abbandonando la ridondanza, la visione circernse, la noia di chi si suona addosso compiacendosi.
Terzo elemento che mi ha affascinato in questo concerto è il fatto che Sollima prenda di fianco a sé un’altra grande e virtuosa violoncellista, ma non per fare una gara e dimostrare al pubblico quanto sono bravi o addirittura per dimostrare che lei è brava, ma lui di più. L’obiettivo che traspare è solo quello di fare musica per emozionarsi ed emozionare: come Cannombal e Trane nel sestetto di Miles di “kind of blue”.
Quarto e poi basta, altrimenti sembra che Sollima sia mio cugino (anzi in realtà non ho avuto neanche il piacere di conoscerlo – anche perché dopo concerti così le parole sono inutili) è quanto sia capace di trasmettere positività ai giovani musicisti che suonano con lui. C’è concentrazione ma anche sorrisi, qualche risata e un affascinante trasporto. Tutto questo grazie anche all’energia del direttore dell’ensemble. Tutto molto autentico. Raro di questi tempi.
Come sapete non sono un critico musicale, ma solo un musicante che si limita ogni tanto a scrivere le proprie impressioni su questo blog, ma se vi capita, per quanto può valere il mio suggerimento, andate ad ascoltare questo progetto di Giovanni Sollima dal vivo.

Buon Anno a tutti
Max De Aloe


GIOVANNI SOLLIMA PLAYS JIMI HENDRIX

E ALLEVI RISPONDE A UTO UGHI

Ciao a tutti, ieri La Stampa di Torino ha pubblicato la risposta di Giovanni Allevi a Uto Ughi. Dal momento che avevo messo l'articolo del maestro Uto Ughi, mi sembra corretto mettere anche quello del maestro Giovanni Allevi. E poi basta che mi sono rotto!

Pace e bene



"Caro Ughi, lei difende
soltanto la sua Casta"


La replica di Allevi al violinista: «Da lui un attacco cieco e violento»
di GIOVANNI ALLEVI
ROMA
Sono uscito dal Senato alle 15.30, con in tasca una cravatta rossa. Me l’ha regalata un bambino, che era venuto con i genitori per assistere al concerto: «Tienila Giovanni, è tua. L’ho messa per te, per la prima volta in vita mia». Fuori, con mia grandissima sorpresa, ho trovato una grande folla radunata davanti Palazzo Madama, per salutare me e i professori d’orchestra. Ecco, Maestro Ughi, queste sono le immagini indelebili, che resteranno scritte nel mio cuore, indissolubilmente legate a quel concerto. Ora, proprio su questo tavolino, c’è un foglietto spiegazzato con sopra un autografo. Certo, in questi ultimi anni ho avuto l’onore di firmarne tanti. Ma quello che ho qui con me, l’ho voluto io. È l’unico autografo che abbia mai chiesto a un artista. Quella sera di dieci anni fa, me ne tornai al mio monolocale da una gremita Sala Verdi del Conservatorio di Milano, con in tasca quel foglietto, come fosse un gioiello. Non era stato facile nemmeno raggiungere il camerino dell’artista, per un nessuno come me, un anonimo studente in Composizione. Io non avevo amicizie influenti, a stento arrivavo alla fine del mese, affrontavo grandi sacrifici per diplomarmi in Composizione e il biglietto del concerto l’avevo pagato. Ma ora avevo l’autografo di uno dei più valenti violinisti del mondo: lei, Maestro Ughi.

Come ha potuto farmi questo? Come ha potuto sputarmi addosso tanto veleno, proprio il giorno della Vigilia di Natale? Lei si ritiene offeso, e di cosa? Come fa una musica a offendere, se è scritta e suonata con tutta l’anima? Una musica strumentale senza parole? Secondo lei, io non sarei degno di essere ammesso in Conservatorio. In realtà vi ho trascorso i miei migliori anni preparandomi a diventare, con cura, impegno e passione, un compositore di musica contemporanea. Sono diplomato in Pianoforte con 10/10. Sono diplomato in Composizione col massimo dei voti. Ho pubblicato le mie partiture musicali. Sono un dottore in Filosofia, laureato con Lode e ho pubblicato i miei scritti. Il mondo della musica classica è malato. Lei è uno dei pochissimi che è riuscito a viverlo da protagonista, ma forse non immagina cosa vuol dire studiare anni e anni uno strumento musicale per arrivare, sì e no, a insegnare in una scuola privata.

E così, a spartirsi la torta del potere musicale sono in pochi, una casta, impegnata a perpetrare la propria concezione dell’arte e la propria esistenza. È una lobby di potere fatta di protettori e protetti, nascosti nelle stanze di palazzi per molti irraggiungibili. Dalla casta emerge sempre lo stesso monito: «La gente è ignorante, noi siamo i veri detentori della cultura». Ma proprio nelle aule del Conservatorio, analizzando le partiture dei grandi del passato, e confortato dal pensiero di Hegel nella Fenomenologia, ho maturato il convincimento che ogni epoca abbia diritto alla sua musica. Perché costringere il pubblico del nostro tempo a rapportarsi solo a capolavori concepiti secoli fa, e perdere così l’occasione di creare una musica nuova, verace espressione dei nostri giorni, che sia una rigorosa evoluzione della tradizione classica europea? La musica cosiddetta «contemporanea», atonale e dodecafonica, in ogni caso non è più tale, perché espressione delle lacerazioni che agitavano l’Europa in tempi ormai lontani. Ecco allora il mio progetto visionario. È necessario uno sforzo creativo a monte, piuttosto che insistere solo sull’educazione musicale, gettando le basi di una nuova musica colta contemporanea, che recuperi il contatto profondo con la gente. Ho provato a farlo, con le mie partiture e i miei scritti. È stato necessario.

Ci sono voluti altri dieci anni, oltre i venti di studi, e il risultato, per nulla scontato, è stato deflagrante: il pubblico, soprattutto giovane, è accorso ai miei concerti, di pianoforte solo o con orchestra sinfonica, come fossero eventi rock, a Roma e a Milano come a Pechino, New York e Tokyo. Quella musica parla al cuore ma il suo virtuosismo tecnico e soprattutto ritmico richiede esecutori di grande talento. È una musica colta che non può prescindere dalla partitura scritta e che rifiuta qualunque contaminazione, con le parole, con le immagini, con strumenti musicali e forme che non siano propri della tradizione classica. Centinaia di giovani mi scrivono che, sul mio esempio, sono entrati in Conservatorio per studiare uno strumento o per intraprendere la via creativa della composizione. Come la storia dell’Estetica musicale insegna, in tutte le epoche ogni idea nuova ha dovuto faticare per affermarsi, divenendo poi, paradossalmente, la «regola» per i posteri. Quello che è certo è che quando il nuovo avanza fa sempre paura. Da amante di Hegel, quindi, sapevo benissimo che l’ondata di novità avrebbe mandato in crisi il vecchio sistema e che i sacerdoti della casta, con i loro adepti, non potendo riconoscere su di me alcuna paternità, avrebbero messo in atto una criminale quanto spietata opera di «crocifissione di Allevi». «Il suo successo mi offende...», «Le composizioni sono musicalmente risibili...», «È un nano...», ma l’assunto più grave che circola è: «Allevi approfitta dell’ignoranza della gente, attraverso una furba operazione di marketing». Niente di più falso! La mia è una musica classica, perché utilizza il linguaggio colto, la cui padronanza è frutto di anni di studio accademico. La mia è una musica nuova perché contiene quel sapore, quella sensibilità dell’oggi, che nessun musicista del passato poteva immaginare.

«Ogni mattina, quando si leva il sole, inizia un giorno che non ha ancora mai vissuto nessuno», afferma il teologo David Maria Turoldo. La mia non è una musica pop, perché non contempla alcun cantante, alcuna chitarra elettrica e batteria e non usa la tradizione orale, o una scrittura semplificata come mezzo di propagazione. Non c’è alcuna macchinazione, tutto è assolutamente limpido e puro: le persone spontaneamente hanno scelto di seguirmi. Ma bisogna smettere di ritenere ignorante la gente «comune». Il pubblico cui si rivolgeva Mozart nel XVIII secolo era forse più colto del nostro? Mai in Italia ci sono stati tanti studenti di musica come in questi tempi. Se la mia musica l’avesse infastidita, Lei poteva semplicemente cambiare canale. E invece, esprimendo un parere del tutto personale, si è voluto erigere a emblema di un mondo ferito, violento e cieco.

Non sono un presuntuoso, semmai un sognatore, e la mia musica, assieme alle mie intuizioni estetiche, non hanno mai voluto offendere nessuno. Io, a differenza di lei, non ricopro nessun ruolo istituzionale, non ho fatto intitolare nessun Festival a mio nome, non ho potere alcuno nel cosiddetto «mondo della musica», ma ciononostante mi si accusa di essere in un luogo, il cuore di centinaia di migliaia di persone, dove altri vorrebbero essere. Alla luce delle sue parole, sembra paradossale che lei sia Presidente dell’Associazione «Uto Ughi per i giovani». Il grande Segovia diceva: «I giovani compositori hanno fatto la mia fortuna, io la loro». Invece Lei ha scelto la via facile dell’ostruzionismo, dall’alto della sua conclamata notorietà. Quel suo autografo che ho sempre conservato gelosamente, dopo tanti anni, per me ora non conta più niente.

25.12.08

UTO UGHI VERSUS GIOVANNI ALLEVI

Ciao a tutti. Riporto per intero l'intervista fatta al grande violinista Uto Ughi uscita su "LA STAMPA" di mercoledì 24 dicembre 2008.
Il nostro Uto Ughi non c'è andato leggero. E che i fans del pianista riccioluto che compone durante le crisi di panico non ne abbiano male. E' solo invidia. Anche Uto Ughi vorrebbe dei riccioli così :-)

UTO UGHI "Il successo di Allevi? Mi offende"


«Presuntuoso e mai originale»
di SANDRO CAPPELLETTO

Che spettacolo desolante! Vedere le massime autorità dello Stato osannare questo modestissimo musicista. Il più ridicolo era l’onorevole Fini, mancava poco si buttasse in ginocchio davanti al divo». Uto Ughi non ha troppo apprezzato il concerto natalizio promosso dal Senato della Repubblica che ha avuto come protagonista il pianista Giovanni Allevi. Il nostro violinista lo ha ascoltato - «fino alla fine, incredulo» - dalla sua casa di Busto Arsizio e ne è rimasto «offeso come musicista. Pianista? Ma lui si crede anche compositore, filosofo, poeta, scrittore. La cosa che più mi dà fastidio è l’investimento mediatico che è stato fatto su un interprete mai originale e privo del tutto di umiltà. Il suo successo è il termometro perfetto della situazione del Nostro Paese: prevalgono sempre le apparenze».

Che cosa più la infastidisce di Allevi: la sua musica, le sue parole? «Le composizioni sono musicalmente risibili e questa modestia di risultati viene accompagnata da dichiarazioni che esaltano la presunta originalità dell’interprete. Se cita dei grandi pianisti del passato, lo fa per rimarcare che a differenza di loro lui è "anche" un compositore. Così offende le interpretazioni davvero grandi: lui è un nano in confronto a Horowitz, a Rubinstein. Ma anche rispetto a Modugno e a Mina. Questo deve essere chiaro».

Come definire la sua musica? «Un collage furbescamente messo insieme. Nulla di nuovo. Il suo successo è una conseguenza del trionfo del relativismo: la scienza del nulla, come ha scritto Claudio Magris. Ma non bisogna stancarsi di ricordare che Beethoven non è Zucchero e Zucchero non è Beethoven. Ma Zucchero ha una personalità molto più riconoscibile di quella di Allevi».

C’è più dolore che rabbia nelle sue parole. «Mi fa molto male questo inquinamento della verità e del gusto. Trovo colpevole che le istituzioni dello Stato avvalorino un simile equivoco. Evidentemente i consulenti musicali del Senato della Repubblica sono persone di poco spessore. Tutto torna: è anche la modestia artistica e culturale di chi dirige alcuni dei nostri teatri d’opera, delle nostre associazioni musicali e di spettacolo a consentire lo spaventoso taglio alla cultura contenuto negli ultimi provvedimenti del governo. Interlocutori deboli rendono possibile ogni scempio, hanno armi spuntate per fronteggiarlo».

Che opinione ha di Allevi come esecutore? «In altri tempi non sarebbe stato ammesso al Conservatorio».

Lui si ritiene un erede e un profondo innovatore della tradizione classica. «Non ha alcun grado di parentela con la musica che chiamiamo classica, né con la vecchia né con la nuova. Questo è un equivoco intollerabile. E perfino nel suo campo, ci sono pianisti, cantanti, strumentisti, compositori assai più rilevanti di lui».

Però è un fenomeno mediatico e commerciale assai rilevante. «Si tratta di un’esaltazione collettiva e parossistica dietro alla quale agisce evidentemente un forte investimento di marketing. Mi sorprende che giornali autorevoli gli concedano spazio, spesso in modo acritico. Anche Andrea Bocelli ha un grande successo, ma non è mai presuntuoso quando parla di sé. Da musicista, conosce i propri limiti».

Allevi è giovane. Non vuole offrirgli qualche consiglio?
«Rifletta tre volte prima di parlare. Sia umile e prudente. Ma forse non è neppure il vero responsabile di quello che dice».

C’è un aspetto quasi messianico in alcune sue affermazioni, in questa autoinvestitura riguardo al proprio ruolo per il futuro della musica. «Lui si ritiene un profeta della nuova musica, parla come davvero lo fosse. Nuova? Ma per piacere!».

Ma come interpretare questo suo oscuro annuncio: «La mia musica avrà sulla musica classica lo stesso impatto che l'Islam sta avendo sulla civiltà occidentale?» «Evidentemente pensa che vinceranno Allevi e l’Islam. Vi prego, nessuno beva queste sciocchezze».

27.11.08

ALBERTO BORSARI , L'ULTIMA JAM

Solo oggi ho scoperto in modo assolutamente fortuito che più di un mese e mezzo fa è morto Alberto Borsari. Le notizie dai blog riportano in internet la data della sua morte: l'11 ottobre.
Alberto Borari è stato uno dei più grandi armonicisti jazz, e non solo italiani. Tecnica sopraffina, grande conoscenza armonica, un meraviglioso suono.
Ho visto due suoi concerti: uno al mitico Capolinea, nella seconda metà degli anni '90 e un'altro allo Villa Reale di Monza insieme a Silvia Donati, una delle cantanti più talentuose del nostro jazz. Meravigliosi i suoi cd "2-5-1" e "Alfonsina y el mar". Una notizia che m'intristisce moltissimo. Anche se ci siamo incontrati una sola volta, più di dieci anni fa, c'era una passione e una vita spesa per lo stesso strumento che solo ora capisco che ci accomunava più di quello che avrei mai immaginato.
Grazie per la tua musica.
Un tuo fan






2.10.08

LIRICO INCANTO




Carissimi amici frequentatori di blog, oggi 2 ottobre esce nei negozi il mio nuovo cd dal titolo "Lirico Incanto". E' un omaggio ad alcune arie d'opera di Puccini, Verdi e Leoncavallo suonate secondo il mio modo di "sentire" e quello dei meravigliosi compagni di questo viaggio musicale che sono Roberto Olzer al pianoforte, Marco Mistrangelo al contrabbasso e Nicola Stranieri alla batteria.

Paolo Fresu ci ha regalato delle meravigliose note di copertina che trovate oltre che nel cd anche riportate qui sotto.
Spero che ascoltiate "Lirico Incanto" o di vedervi a qualche nostro concerto.
Sul mio nuovo sito trovate anche le date di varie interviste radiofoniche e concerti trasmessi.
Buona Musica, max








LINER NOTES DI LIRICO INCANTO - A CURA DI PAOLO FRESU

Da diversi anni il jazz italiano si interroga sulla propria identità e traduce questa curiosità in musica di qualità. Ci si interroga sempre più spesso su quello che deve essere il rapporto tra contemporaneità e tradizione e su quel senso attuale di un jazz che deve essere dinamico ed in movimento perenne.
Non è difficile del resto individuare nel nostro patrimonio cultural-musicale cibo vitale per alimentare il famelico bisogno di stimoli e sono sempre più convinto che il successo del jazz italiano all’estero derivi da questa sua capacità di relazionarsi con il vasto repertorio della propria storia che, rispetto ad altre nazioni europee, è molto più ricco ed eterogeneo.
Di certo l’Opera è una tradizione forte e radicata che finalmente si esprime anche fuori dai luoghi intoccabili. Se i teatri lirici sembrano voler restare delle roccaforti inespugnabili i supporti dell’home video, le numerose riviste specializzate ed alcuni artisti illuminati hanno contribuito a ridare all’Opera quell’idea di popolare che questa incarnava qualche secolo fa e che sembra essere molto vicina al percorso del jazz che nasce negli anni venti - anch’esso come espressione popolare – diventando successivamente arte elitaria fino a riconquistare oggi il suo carattere originario.
Si potrebbe riflettere a lungo sulle connessioni storiche e culturali di questi due linguaggi apparentemente lontani tra loro ma si scopre che in fondo i punti in comune sono molti.
Già nell’Ottocento la tradizione musicale italiana era fortemente influenzata delle arie dei cantanti virtuosi ed è grazie a ciò che si sviluppa quella musica partenopea che rafforza quel luogo comune dell’Italia come paese del Belcanto.
Se è vero che i primi musicisti di jazz erano di origine italiana è altrettanto vero che Bix Beiderbecke pare essere stato molto attratto da tutta la musica operistica come del resto molti dei suoi colleghi di allora. Se questa nuova musica nasce e si sviluppa in America attraverso l’incontro-scontro dei ritmi africani con la melodia europea questa è di certo quella proveniente dalla tradizione bandistica. Quella degli ottoni e dei fiati che reinterpretavano a loro modo quelle arie di cui si è già parlato.
Il jazz è allora figlio dell’Opera? Forse non completamente ma è certo che le relazioni tra i due linguaggi sono molte.
Trattare oggi il repertorio operistico non è dunque strano anche se potrebbe risultare complesso. L’intrigante operazione fatta da Max De Aloe non è nuova dunque ma è nuovo ed interessante il modo con il quale l’armonicista si avvicina a tale materia trattandola con attenzione e con rispetto.
In LIRICO INCANTO i temi sono eseguiti con quell’approccio filologico che ne fa risaltare l’aspetto drammatico e con quel rigore che ne amplifica le qualità melodiche ed armoniche senza che questo comprometta il delicato rapporto tra scrittura ed improvvisazione.
Trattasi di un vero disco di jazz ed in quanto tale l’ambizione al voler modificare la forma originale della musica poteva essere forte. Max De Aloe ha viceversa compreso che jazz e Opera sono legati da quel sottile filo fatto di storia e di cultura, di migrazioni e di linguaggi che hanno unito i Continenti ben prima che trombe e sassofoni invadessero le strade di New Orleans. Per questo, assieme ai colleghi di questo stupendo viaggio musicale, ha colto nelle belle melodie di Leoncavallo, Verdi e Puccini l’essenza di una musica che vuole, come da sempre è stato, parlare al mondo di una umanità viva e dinamica. Umanità che ha portato la musica fuori dai confini italiani e che oggi ce la rimanda carica di echi e riverberi d’oltreoceano.
LIRICO INCANTO è musica limpida come l’aria. Musica raffinata e coesa che sa di lirismo e di melodia. La stessa che da qualche centinaia di anni rappresenta magnificamente ciò che noi siamo al di la dei generi e degli stili.

Paolo Fresu
Dunkerque, Aprile 2008



1.10.08

GALLARATE JAZZ FESTIVAL 2008





Si potrebbe definire un festival tra sospeso tra tradizione e innovazione quello che realizziamo da sei anni a Gallarate con passione e rispetto per una musica, il jazz, che vanta un’affascinante storia di quasi un secolo ma che nello stesso tempo ha nel suo dna sperimentazione, innovazione e progettualità. La voglia di rischiare e di contaminare generi musicali differenti è l’elemento primario e vitale del jazzista e questo festival ne vuole premiare il suo coraggio artistico. Un programma quindi che non vuole rivolgersi agli “addetti ai lavori” ma che ha l’ambizione di coinvolgere i neofiti ed avvicinare un nuovo pubblico a questa meravigliosa musica.
L’apertura di questa sesta edizione, venerdì 10 ottobre 2008, sarà riservata a uno dei più importanti jazzisti contemporanei: il pianista inglese John Taylor. Da anni considerato tra i più significativi pianisti al mondo, John Taylor ci regalerà un concerto con la cantante italiana Diana Torto, ormai da alcuni anni considerata dalla critica jazzistica tra le più interessanti cantanti della scena europea.
John Taylor ha iniziato la sua carriera alla fine degli anni sessanta suonando con John Surman e diventando poi uno degli esponenti di punta della casa discografica ECM, forse la più blasonata etichetta di jazz al mondo. Il suo nome si lega negli anni a musicisti come Norma Winstone, Kenny Wheeler, Ralph Towner, Jan Garbarek, Enrico Rava, Gil Evans, Lee Konitz, Charlie Mariano, Miroslav Vitous e molti altri.
Ma la prestigiosa presenza di John Taylor a questo festival non sarà relegata al suo concerto serale ma nel pomeriggio il pianista terrà un seminario gratuito aperto a tutti i musicisti che vogliano partecipare (modalità d’iscrizione a seguire).
La serata di venerdì proseguirà con il concerto di Enzo Favata, Daniele Di Bonaventura e U.T. Gandhi. Tre meravigliosi e affermati jazzisti italiani che in questo loro progetto dal titolo Inner Roads uniranno il jazz agli umori e alle radici della musica del mediterraneo. Raffinati esecutori ed intelligenti improvvisatori questi tre artisti si muovono a loro agio tra acustico ed elettronico, tra improvvisazione radicale e strutture melodiche mai scontate, dando prova di una maturità musicale e una cifra stilistica che ha già collocato il trio in una dimensione internazionale.
Sabato 11 ottobre 2008, come è nella tradizione del Gallarate Jazz Festival, la mattinata è dedicata agli studenti delle scuole superiori cittadine con una nuova produzione realizzata appositamente per loro. Lo spettacolo, tra musica e video, dal titolo Percorso verso x, è realizzato dal percussionista e didatta Massimiliano Varotto, il regista cinematografico Alessandro Leone e l’ensemble di percussioni Danno Compound.
Il doppio concerto serale vedrà la partecipazione del Marta Raviglia Quartet, giovane quartetto della provincia romana alla loro prima incisione discografica dal titolo Spiral Tales. Una musica di grande qualità in grado di sorprendere a testimonianza che il buon jazz non si lega solo e necessariamente ai soliti e blasonati nomi.
A seguire uno dei progetti indubbiamente più affascinanti oggi in Italia, il nonetto capitanato dal batterista Ferdinando Faraò ispirato alla figura carismatica e alle opere del pittore statunitense Jackson Pollock. Per questo progetto il batterista milanese si è avvalso della collaborazione di alcuni tra i più valenti jazzisti italiani con una formazione originale che vedrà in scena due contrabbassi, due trombe, due tromboni e due sassofoni.
"La musica di questo nuovo progetto – spiega Faraò - è nata dal desiderio di realizzare una sorta di “sound painting” che prendesse spunto dall'arte di Pollock e in particolare da quella corrente d'avanguardia che a partire dagli anni '40 del secolo scorso sviluppò un nuovo modo di dipingere nell'ambito della pittura informale americana che prese il nome di "action painting".
Sabato, la musica terminerà solo a notte inoltrata perché a conclusione dei concerti inizierà nel ridotto del Teatro Condominio Vittorio Gassman una jam-session aperta a tutti i musicisti e naturalmente al pubblico più nottambulo e curioso. Questo per non dimenticare che, se da una parte un festival ha l’obbligo di premiare progetti musicali consolidati, dall’altra deve portare avanti una tradizione jazzistica che vede nella jam-session il momento d’incontro estemporaneo e libero tra i musicisti. Un momento di musica insieme che vedrà sullo stesso palco musicisti affermati e colleghi più giovani e meno esperti.

Domenica 12 ottobre 2008 alle ore 11.00 tradizionale concerto alla Galleria d’Arte Moderna di Gallarate con un duo che vede l’hammondista Alberto Gurrisi con il chitarrista Luciano Zadro, musicista vanto del jazz della nostra provincia riconosciuto in campo europeo. Un piacevole concerto attraverso gli standard più conosciuti dagli amanti del jazz.
In serata, sullo palco del Teatro Condomino Vittorio Gassman, verrà dedicato un piccolo spazio alla storia del Jazz Club di Gallarate che tra i primi anni Settanta e l’inzio degli anni Ottanta portò a Gallarate grandi nomi del jazz internazionale come Chet Baker, Gerry Mulligan, Art Blakey and the Jazz Messengers, Ahmad Jamal, Kay Winding, Mingus Dinasty, ecc.
Chiuderà il festival un omaggio al grande Chet Baker, nel ventennale della sua scomparsa. Sul palco il quartetto della cantante toscana Anna Maria Castelli accompagnata da Simone Guiducci, uno tra i chitarristi più affascinanti e originali del nostro jazz, e da Carmelo Leotta al contrabbasso. Alla tromba un vero e proprio fuoriclasse dello strumento, lo statunitense Kyle Gregory, note per le sue prestigiose collaborazioni al fianco di mostri sacri della musica internazionale come Liza Minnelli, The Temptations, J.J. Johnson e Bob Mintzer.
Di grande prestigio la mostra fotografica di Roberto Cifarelli, tra i più accreditati fotografi di eventi jazz in Italia. Sarà originale anche la modalità di fruizione della mostra in quanto le foto di questo artista (noto per aver realizzato foto per eventi live e cd dei più importanti jazzisti mondiali) verranno videoproiettate in sala all’inizio di una ogni serata del festival.
I concerti di venerdì 10 ottobre verranno aperti dalla videoproiezione della mostra dal titolo 5 anni 27 concerti .....99 immagini dedicata alla storia del Gallarate Jazz Festival. Le successive due serate vedranno rispettivamente la presentazione della mostra I musicisti si ascoltano e per finire Fuori di palco.

Max De Aloe


°La frequenza al seminario di John Taylor è gratuita e aperta a tutti i musicisti di ogni livello, età e strumento. Gli interessati dovranno iscriversi preventivamente semplicemente mandando una mail con i propri dati anagrafici e il proprio il numero di telefono a info@centroespressionemusicale.com entro l’ 8 ottobre 2008.



TEATRO CONDOMINIO VITTORIO GASSMANN
GALLLARATE JAZZ FESTIVAL – quinta edizione

Inizio concerti ore 21.30 - Ingresso € 5,00 – abbonamento per le tre serate
€ 12,00


A cura del Comune di Gallarate – Assessorato alla Cultura
Eventi Collaterali e coordinamento tecnico – Fondazione Culturale “1860 Gallarate Città”
Direzione Artistica: Centro Espressione Musicale – Gallarate



VENERDI’ 10 OTTOBRE 2008

Ore 17.00 – Teatro Condominio Vittorio Gassman
SEMINARIO CON JOHN TAYLOR
Aperto a tutti gli strumentisti (previa iscrizione gratuita)


Ore 21.30 – Teatro Condominio Vittorio Gassman

DIANA TORTO JOHN TAYLOR DUO
Diana Torto voce
John Taylor pianoforte


INNER ROADS
ENZO FAVATA, DANIELE DI BONAVENTURA, U.T. GANDHI
Enzo Favata sax soprano e tenore, clarinetto basso, duduk mohozenho, benas, live electronics
Daniele Di Bonaventura bandoneon, pianoforte, live electronics
U.T. Gandhi batteria, samplers, live electronics


SABATO 11 OTTOBRE 2008

Ore 10.30 – Teatro Condominio Vittorio Gassman

“PERCORSO VERSO X”
Spettacolo video musicale realizzato dall’ensemble ritmico Danno Compound
Massimiliano Varotto direzione musicale
Alessandro Leone regia video

Riservato agli studenti delle scuole superiori di Gallarate

Ore 21.30 – Teatro Condominio Vittorio Gassman


MARTA RAVIGLIA QUARTET

Marta Raviglia voce - phrase sampler
Simone Sbarzella pianoforte
Stefano Cantarano contrabbasso
Alessio Sbarzella batteria




FERDINANDO FARAÒ "POLLOCKSUITE" NONET

Giulio Martino sax tenore e soprano
Germano Zenga sax tenore - soprano
Luca Calabrese tromba e flicorno
Giovanni Falzone tromba
Michele Benvenuti trombone
Beppe Caruso trombone
Yuri Goloubev contrabbasso
Tito Mangialajo Rantzer contrabbasso
Ferdinando Faraò batteria

Ore 00.30 – Ridotto del Teatro Condominio Vittorio Gassman

“ ‘Round Midnight in Jazz Jam”
A fine concerti Jam Session nel ridotto del teatro


DOMENICA 12 OTTOBRE 2008

Ore 11.00 – Galleria d’Arte Moderna
(Viale Milano, 21 – Gallarate)

ZADRO – GURRISI DUO
Luciano Zadro chitarra
Alberto Gurrisi organo hammond

Ore 21.30 – Teatro Condominio Vittorio Gassman


ANNAMARIA CASTELLI QUARTET
presenta “Chet”
Un omaggio al grande Chet Baker nel ventennale della sua scomparsa

Anna Maria Castelli voce
Kyle Gregory tromba
Simone Guiducci chitarra
Carmelo Leotta contrabbasso


Nelle tre serate del festival apertura dei concerti con videoproiezione delle fotografie di Roberto Cifarelli


Concerti serali al Teatro Condominio Vittorio Gassman ore 21.30 – ingresso € 5,00 – abbonanento per le tre serate € 12,00 - Tutti gli altri eventi sono ad ingresso gratuito

24.7.08

DISTANZE

Circa un mese mi è capitato di fare un piacevole concerto con Attilio Zanchi e Garrison Fewell, due pregevoli musicisti ma soprattutto due persone con cui è bello passare del tempo insieme.
Cosa fondamentale per me per fare musica. In quell’occasione Attilio mi ha regalato il suo cd realizzato con il batterista Marco Castiglioni e il pianista Mauro Grossi, dal titolo “Distanze”, edito da “Music Center”. Con Attilio e Marco ci conosciamo da anni anche se non è capitato molto spesso di suonare insieme mentre Mauro Grossi non lo conosco personalmente ma ho sempre sentito parlare molto bene di lui da molti musicisti.
Si ma fin qui uno dice perché Max ci sta facendo sto pippotto? Che ci frega?
Sì è vero, sono stato un po’ prolisso, ma il tutto per dirvi che questo cd è tra i cd più belli che abbia ascoltato recentemente e, semplicemente, spero che qualcuno che legga abbia l’occasione di ascoltarlo.
Un trio che suona con il cuore e con la testa. Un ottimo insieme di gruppo e un bel equilibrio impreziosito anche dall’ottima registrazione di Giuseppe Emmanuele (anche e soprattutto sopraffino pianista) e Paolo Censi.
I brani in scaletta passano da uno swing di Abercrombie a un brano tradizionale palestinese fino a “La fille aux cheveux de lin” di Debussy . Poi una meravigliosa ballad di Duke Ellington dal titolo “On a turquoise cloud” (che non conoscevo ed è stata una bella scoperta) e raffinati brani originali composti dai membri del trio. Attillio è sempre grande quando compone. Tra i più bravi compositori del nostro jazz italiano (e ne sono convinto fin dall’ascolto del suo vinile “Early Spring” avvenuto circa vent’anni fa). E la cosa che colpisce che in una così variegata scaletta l’abilità del gruppo è quella di riuscire a rendere personale il tutto e a dare all’intero cd una progettualità e un suo suono che sulla carta sembrerebbe difficile con brani così diversi. Un cd che si può godere già dal primo ascolto ma che nello stesso nasconde una profondità che si percepisce solo dopo un po’ di ascolti. Due anime affascinanti per un disco che rende merito al nostro jazz e che ci dimostra che non sempre (anzi quasi mai) i bei dischi stanno nei cataloghi delle major e bisogna avere la pazienza o la fortuna di ricercare nei cataloghi di chi i dischi li suona e li stampa senza pensare al rendiconto economico.
Poi queste “Distanze” mi ha dato la possibilità di ascoltare anche Mauro Grossi che penso sia un pianista assolutamente sottovalutato. Un grande pianista, ma veramente. Lasciate li un attimo Bollani (che è un grandissimo, tra i più grandi, ma non c’è solo lui) e ascoltatevi Mauro Grossi. Insomma al di là delle parole che trovano il tempo che trovano questo è proprio un bel cd e questi tre musicisti insieme suonano proprio bene.
Un complimento a Marco, Mauro e Attilio. Il prossimo passo è andare a sentirmeli dal vivo, spero che venga anche qualcuno di voi.
Buona Musica

Max De Aloe

8.7.08

Jazzfromitaly



Oggi ho trovato un commento sull’ultimo post di questo blog da parte di www.jazzfromitaly.splinder.com E allora incuriosito sono andato vedere il blog da dove proveniva il commento e mi sono ritrovato in un attimo in uno dei rifugi più belli che abbia mai trovato sul web.
Mi sono sempre chiesto come mai i siti sul jazz fossero sempre molto tristi, asettici, pieni d’informazioni ma senza amore, un po’ come anche le riviste di jazz.
Invece vi suggerisco di andare a visitare questojazzfromitaly dove traspare amore, passione e sincerità. Ci si culla nella musica, nell'autenticità degli scritti dell’anonimo che firma e organizza il blog con il nome di Mr. J. . Le immagini poi sono bellissime così come la musica che accompagna la lettura.
Non può poi non colpire l’omaggio che Mr. J fa a Nunzio Rotondo che concordo con lui essere tra i più grandi trombettisti, o meglio poeti della tromba, del nostro jazz.
Da non perdere poi lo spazio dedicato al grande Chet. Dai, muovetevi, cosa fate ancora qui?
Andate su jazzfromitaly cliccando il titolo di questo post e buon ascolto e buona visione. Intanto a me è venuta voglia di andare a suonare “Everything happens to me”.

Max De Aloe

15.6.08

"Armonitango" di Antonio Serrano e altri cd da non perdere

Ognitanto capita di scoprire dei musicisti che ti fanno balzare sulla sedia. E’ quello che mi è successo ieri quando ho messo nel lettore dell’auto il cd “Armonitango” dell’armonicista spagnolo Antonio Serrano. Un cd dedicato prevalentemente alle musiche del grande Astor Piazzola.
Non sono uno di quei musicisti che ascoltano prevalentemente cd dove suonano i grandi del proprio strumento. Anzi, forse proprio il contrario. Già il fisarmonicista francese Frédérick Viale mi aveva parlato di Serrano e mi aveva scritto un appunto con il suo nome che è rimasto nella mia scrivania per mesi finchè, qualche giorno fa, l’amico Franco è arrivato con due cd omaggio di questo Serrano. “Armonitango” è un capolavoro e raramente mi è capitato di ascoltare un armonicista in grado d’interpretare così magnificamente il tango. Neanche il re del tango all’armonica Hugo Diaz mi aveva così sorpreso. In questo giovane armonicista spagnolo si fonde ad altissimi livelli capacità tecnica (esegue delle parti ad ottave da far desistere nella professione molti di noi), un suono personalissimo, un gusto e una pertinenza musicale ineccepibile. Anche le idee improvvisative sono affascinanti (certo non a livello del grande Toots Thielemans e neanche a quelle di Olivier ker Ouriò o altri del loro livello). Insomma un portento che mi ha emozionato e stupito. Un vero talento. Qui potete vedere un video di flamenco con Antonio Serrano che suona nel gruppo di Paco de Lucia.


In questo periodo altri cd mi hanno colpito. Primo tra tutti il cd, edito dall’italiana Music Center, del contrabbassista russo Yuri Goloubev con il batterista israeliano Asaf Sirkis e il pianista inglese Gwilym Simcok (il gruppo si chiama SGS Group e il cd risponde al nome “Presents”). Il cd è dedicato a composizioni di alcuni grandi del jazz contemporaneo: John Taylor, Buster Willliams, Allan Holdsworth, Bobby Watson, Enrico Pieranunzi e Richie Beirach.
Un grande cd che mette in risalto questo pianista ventisettenne inglese, già vincitore di numerosi premi. Penso che in futuro Gwilym Simcock possa diventare veramente uno dei colossi del panismo jazz europeo. E i suoi due partner non sono da meno. Ascoltate per credere.
Altro cd che mi ha colpito molto è “Promenade” del Claudio Fasoli Emerald Quartet (edizione COMAR 23) . Fasoli, un colonna portante del nostro jazz, sembra aver trovato in questi giovani partner (Zanoli, Zara e Goloubev) linfa vitale per dare vita a un cd dove l’insieme di gruppo fa la differenza. Bellissime le composizioni di Fasoli e le sue capacità improvvisative che trovo di grande modernità vicino al jazz di Kenny Wheeler (musicista con cui Fasoli negli anni ha suonato e registrato). Penso che Claudio Fasoli, nonostante abbia sempre suonato ad altissimi livelli e con tutti i più grandi jazzisti del mondo, sia tuttora un musicista in parte sottovalutato. Tra i più moderni e visionari della sua generazione.
Concludo questa breve carrellata sui cd che mi hanno colpito in questo periodo con “Spiral Tales” del Marta Raviglia Quartet (Alfa Project). Primo cd per questa giovane cantante della provincia di Roma. Nel cd oltra alla Raviglia, troviamo Simone Sbarzella al pianoforte, Fabio Penna al contrabbasso e Alessio Sbarzella alla batteria.
Il cd è poi impreziosito da alcuni sempre puntuali assoli di Tino Tracanna che figura come ospite in alcuni brani del cd. Bravi i musicisti e tra loro spicca Marta Raviglia con una voce intensa, personale mai ampollosa. I brani sono tutti originali (ad eslusione di “Triad” di Crosby) composti da Marta Raviglia e Simone Sbarzella. Bellissima la title track “Sail Away” (che niente ha a che fare con il noto brano di Tom Harrell) , ripresa anche in una versione accattivante e più “radiofonica” alla fine del cd. Bravissimi. Gli auguro un grande in bocca al lupo e viva il nuovo jazz italiano. Invitateli a suonare nei festival della vostra città. www.martaravigliaquartet.it

Buon Ascolto

Max De Aloe

27.3.08

Pierferdy Casini e le ballerine "ignoranti"

Avevo giurato di non farlo. Anzi avevo giurato a me stesso di non fare due cose: la prima di scrivere di politica su questo blog e la seconda di seguire telegiornali e tristi e ossessionanti spot di marketing politico televisivo in questo periodo preelettorale. Poi, lo confesso, l’altro giorno mi è sono ritrovato a seguire l’intervista a Walter Veltroni da Daria Bignardi alle “Invasioni Barbariche”, preferendolo alla Via Crucis di Ratzinger sul primo canale (beh, se fosse stato il battesimo di Magdi Allam nel giorno di Pasqua forse non avrei resistito a cotanta operazione di marketing).
Poi, inevitabilmente, non mi sono passate inosservate alcune boutade di Berlusconi. Quelle dove tira in ballo i suoi figli sono da sempre le mie preferite. In tutti i sensi. Ma fino a qui tutto nella media (Magdi Allam a parte).
Ma ieri sera al TG2 l’intervento di Casini mi ha lasciato stranito. Casini durante un comizio elettorale (si chiamano ancora comizi?) ripreso al telegiornale ha detto così: “Abbiamo tutto il rispetto per le ballerine ma noi non le candidiamo. Mettiamo in lista uomini e donne in carne ed ossa che conoscono i problemi dell'Italia e che in Parlamento non vanno a fare tappezzeria ma a combattere per i valori".” (TG2 serale del 26 marzo 2008).
Come dire: “noi non abbiamo niente contro i negri ma noi a casa nostra non li vogliamo”.
Allora, al di là della posizione politica di Casini, di cui poco importa o soprattutto poco c’importa in questo blog, la questione è come un candidato leader possa screditare un’onesta professione e nessuno (almeno fino a questo momento) abbia nulla da ridire.
Qui non c’interessa l’idea politica di Casini e non vuole essere un attacco personale a lui o a chi lui rappresenta, ma il fatto che ancora una volta stupisce e disturba è che una persona che dovrebbe essere preposta a governare, o perlomeno si candidata a farlo, screditi completamente una degnissima professione del mondo dello spettacolo e di conseguenza lascia trasparire un suo giudizio generale sul “mondo dello spettacolo”.
Non so cosa venga in mente al signor Casini quando parla di ballerine ma io penso a Carla Fracci, Liliana Cosi, Alessandra Ferri, ma anche a Roberto Bolle, Giuseppe Picone, Fabio Grossi e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma penso anche a ballerini meno noti e meno “nobili”. A tutti i corpi di ballo “moderno”, agli insegnanti di danza di ogni tipo e genere disseminati in questa penisola.
Persone che con sacrifici, passione e nobiltà si sono costruiti una professione. Non sono persone che conoscono i problemi della gente?
Non sono da considerare più o meno “conoscitori della materia politica e della realtà sociale” di avvocati, operai, dirigenti d’azienda, commercianti, impiegati?
Come possiamo pensare che questa Italia possa crescere anche culturalmente se abbiamo personaggi che continuano a pensare che tutto il mondo dello spettacolo sia ridotto a guitti improvvisati, slegati dalla realtà.
E vista la situazione della cultura e dello spettacolo in Italia, con leggi inesistenti e mentalità retrogradi, il problema non è Casini, ma è certamente da rivolgere a tutta un’intera classe politica.
Io, comunque, la candiderei e la voterei anche una ballerina (se si potesse ancora votare una persona e non solo un simbolo) che insegna danza a Forlimpopoli o del corpo di ballo di Mediaset o del musical di turno, o chi più ne ha più ne metta, se avesse qualcosa di serio da dire e se credesse ancora nella politica. Perché no?

Max De Aloe

..a sprazzi riconoscendo il Monte Rosa tra i tavolini...


In questa notte di fine marzo ho ripreso in mano “Il Profilo del Rosa”, un libro di poesie di Franco Buffoni (ed. Lo Specchio – Mondadori). Un libro che ho amato molto quando uscì nel 2000 e che da molto che non riprendevo in mano.
In queste raccolte di poesie Buffoni riapre la casa del proprio passato e inizia a seguire le tracce della propria fanciullezza. Poesie brevi che arrivano a spalancare anche le porte del passato del lettore immergendolo inevitabilmente in ricordi e sensazioni. O almeno a me aveva fatto e fa tuttora questo affascinante effetto.
Con poche parole arriviamo a sentire quasi olfattivamente gli odori di un pomeriggio d’inverno o il senso di inadeguatezza che abbiamo provato tutti quando non ti senti ancora adulto.
Non sono un critico letterario percui mi limito a riportarvi alcune delle tante poesie che tratteggiano questo libro.


“Mettere nell’acqua il barattolo
Per staccare l’etichetta Cirio
Farla asciugare sul davanzale
E ricontarle tutte un po’ croccanti
Sul catalogo dei regali”.

“Era da un guizzo nella tenda
Che capivo se era nevicato,
Qualche volta m’ingannavo,
Quando la luna piena risplendeva
Sul Bianco del selciato”

“Vorrei parlare a questa mia foto accanto al pianoforte,
Al bambino di undici anni dagli zigomi rubizzi
Dire non è il caso di scaldarsi tanto
Nei giochi con i cugini,
Di seguirli nel bersagliare con i mattoni
Le dalie dei vicini
Non per divertimento
Ma per sentirti davvero parte della banda.
Davvero parte?
Vorrei dirgli, lasciali perdere
Con i loro bersagli da colpire,
Tornatene tranquillo ai tuoi disegni
Alle cartine da finire,
Vincerai tu. Dovrai patire”.

“Suo padre faceva il guardiano della pallavolo
Lo vedeva sempre alla domenica
E un po’ se ne vergognava
Perché parlavo troppo ad alta voce
Mentre si entusiasmava,
Come quando lo mostrava ai giocatori
Diceva il mio giovinotto eccolo qui
E quelli neanche si voltavano”.

“…piede di padre che insegna a mollare
Lentamente la frizione…”


“Di quei tre uomini anziani
Che vanno al bar seduti in bicicletta
E scendono alla lieve salita
Avvolgendo come una sposa la bici,
Ricordo le partite di pallone
Sul campo della Varesina
Le bestemmi e il sudore
E anche una mattina
D’estate il promiscuo odore
Di acquaschiuma e brillantina”:

16.3.08

Cetto Laqualunque e il jazz

Si sono versati fiumi d'inchiostro sul jazz, considerato da molti una delle arti più rivoluzionarie del Novecento. Dai saggi di Ira Gliter alle dissertazioni di Theodor Adorno, dalla genialità di Duke Ellington alla rivoluzione degli anni '40 di Charlie Parker, Miles Davis, Charlie Mingus, Thelonius Monk. Una bibliografia sterminata di saggi, libri, riviste. Il jazz entra ai Conservatori, alle Università, se ne occupano musicologi, eppure penso che bastano pochi minuti di questo video per comprendere il pensiero di Cetto Laqualunque e riassumere così il senso del jazz.
Cetto sei un grande!!!
Buona visione :-)
Max


8.1.08

Doze Cordas Trio e il critico dall'olfatto sensibile

Nell’ultimo numero di “Musica jazz” (gennaio 2008), sono rimasto colpito da una critica di Alberto Bazzurro sul cd “Brisa” (music center BA 158) dei Doze Cordas Trio che riporto integralmente:
“Brisa. Le corde della chitarra (acustica e elettrica) di Massimo Minardi e del contrabbasso di Tito Mangialajo, unite a quelle vocali di Francesca Ajmar, stanno al centro di questo ennesimo album di smaccato referente brasiliano, un filone decisamente inflazionato che il presente lavoro (con ospiti, a iniziare da Carlo Nicita flauto) attraversa senza lasciare tracce particolari come capita del resto alla maggior parte dei suoi simili. Sarebbe il caso di fare tutti un bel passo indietro: l’olezzo modaiolo è troppo forte per non avvertirne la scia”.
Finito. Poche righe. Poche righe per distruggere un cd. Senza possibilità di appello.
Francesca Ajmar, Massimo Minardi, Tito Mangialajo Rantzer sono tre valenti e preparati musicisti di jazz, innamorati da sempre della musica brasiliana. Secondo il mio modesto avviso il cd è ben fatto, volutamente vicino alla tradizione della musica d’autore brasiliana con ben calibrate incursioni nella tradizione jazzistica (ottimi gli interventi del bravo flautista Carlo Nicita). Gli arrangiamenti sono volutamente minimalisti prediligendo l’autenticità.
Ma queste sono solo mie modeste considerazioni che certamente valgono meno di quelle del critico Alberto Bazzurro che è un professionista della critica. Per cui rispetto il fatto che il cd non gli sia piaciuto e che abbia il coraggio di stroncarlo sulla più importante rivista di jazz in Italia.
L’unica cosa che è difficilmente accettabile in questa critica è la conclusione e anche la forma con cui la espone: “l’olezzo modaiolo è troppo forte per non avvertirne la scia”.
Questo non è condivisibile perché errato. E’ chiaro che il nostro Alberto Bazzurro è lontano anni luce da cosa sia modaiolo oggi. La bossa nova è stata di moda soprattutto negli anni ’60, grazie a una commistione che ha avuto anche risvolti artistici interessanti e in alcuni casi affascinanti come testimoniamo i cd di Stan Getz e Joao Gilberto, il famoso cd “Francis Albert Sinatra & Antonio Carlos Jobim” del 1967 e molti altri. Ma queste cose il preparato Bazzurro le sa molto meglio di noi dal momento che di professione fa il critico musicale. Quello che Bazzurro e la maggior parte dei critici non sanno (non tutti perché ce ne sono molti che vivono a stretto contatto con la realtà musicale) è quanto sia difficile farsi produrre un cd di musica d’autore brasiliana in Italia. Se da una parte esistono decine di etichette vicine al jazz, anche al jazz emergente (Splasch, Abeat, Docicilune, Wide Sound, Videoradio, Red Record, Cam Jazz, Cd del Manifesto, Balck Saint, Music Center, Philology, Panastudio, Map, ecc.) dall’altra poche di queste sono inclini a produrre musica d’autore brasiliana. Le etichette rivolte esclusivamente a questo genere musicale sono poi quasi inesistenti. E queste cose Bazzurro non le sa perché penso che non abbia mai provato a farsi produrre un cd (a lui generalmente i cd li regalano). Il nostro critico quando parla di “olezzo modaiolo” non conosce quanta scarsa considerazione ci sia per la musica d’autore brasiliana nel mondo dei club dove si fa musica dal vivo in Italia. Di quanto poco si possa suonare in giro con un progetto di questo genere e quanto sia difficile e costoso realizzare un cd.
Qui parliamo di “olezzo modaiolo” perché uno suona autori ormai sconosciuti come Roberto Guimaraes, Carlos Lyra, Baden Powell miscelandoli con brani di propria composizione?
Ma il nostro critico accende ogni tanto la radio o la tv per rendersi conto cosa sia oggi modaiolo?
Proviamo a chiederlo a un deejay radiofonico, a un qualsiasi ventenne o a un proprietario di locale dove si fa musica dal vivo se sa chi è Johnny Alf o Carlos Coqueijo o Milton Nascimento. Strano non conoscerli perché c’è chi, come i Doze Cordas Trio, incide i loro brani per essere commerciali e modaioli. Di modaiolo c’è solo sparare su un gruppo “minore” e scrivere sempre e comunque bene dei soliti nomi. Troppo facile.
Mi dicono che non si deve mai parlare male di un critico e che si deve fare finta di niente. E’ vero ho, sbagliato. Che noi dobbiamo suonare e basta e sperare che qualcuno parli bene di noi. Beh, questa volte avevo io voglia di parlare bene dei Doze Cordas Trio. E lo faccio su questo piccolo blog.
Mi va invece di sottolineare che sullo stesso numero di Musica Jazz c'è un interessante articolo di Antonio Iammarino sulla didattica del jazz con interviste a noti musicisti e didatti.
Buona lettura e buon ascolto per chi avrà voglia, invece, di comprarsi “Brisa”.

www.myspace.com/dozecordastrio

Max De Aloe

1.1.08

"Piano, solo" e "Il disco del mondo - Vita breve di Luca Flores, musicista"


Giorni di festa, giorni di relax nei quali ho fatto una grande abbuffata, più che di cibo, di libri, musica e film. Tra i film ho visto “Piano, solo” sulla vita del pianista jazz fiorentino Luca Flores del regista Riccardo Milani. Nel 2003 avevo letto in un’unica notte (cosa che ho rifatto due notti fa) “Il libro del mondo – vita breve di Luca Flores, musicista” di Walter Veltroni e ne ero rimasto affascinato. Forse siamo stati tra i primi in quello stesso anno a dedicare la prima serata della prima edizione del Gallarate Jazz Festival alla memoria di Luca Flores invitando a suonare Alessandro di Puccio, valente vibrafonista, che è stato di Flores il più grande amico.
Prima di leggere il libro di Veltroni conoscevo la musica di Flores e alcuni aneddoti sulla sua vita. Non ho mai avuto la fortuna di suonare con lui ma negli anni dopo la sua morte ho avuto parecchie occasioni di sentire commossi ritratti di musicisti che gli erano stati vicini. Tra le varie occasioni ricordo un nostalgico racconto fatto da Barbara Casini e Lello Pareti durante tre giorni di prove nei quali eravamo stati ospiti, proprio nella casa di Barbara a Firenze, per la realizzazione del cd dedicato a Caetano Veloso.
Luca Flores, è stato uno dei pianisti più valenti del nostro jazz a cavallo tra gli anni ’80 e ’90. Un musicista in cui genialità, esasperata sensibilità ed autolesionismo si sono fusi in una vita a corrente alterna. Da una parte gli alti di una musica intensa che lui ha sempre affrontato con rigore e disciplina, lontano dal clichè del musicista maledetto, e dall’altra gli inferi della malattia mentale che lo hanno portato al suicidio nel marzo del 1995 all’età di 39 anni.
Come spesso accade il film tradisce le aspettative, soprattutto quando è tratto da un libro sincero e scritto sulle ali dell’intensità (basterebbe solo l’introduzione di Veltroni a suggerirvi di leggerlo).
Il merito di questo film è quello comunque di parlare di un artista sconosciuto ai più e questo non è poco. Parlare di una storia vera, drammaticamente intensa. Ma mancano, a mio avviso, la volontà di approfondire l’aspetto di vitalità che pure si ascolta nella musica di Flores, di approfondire i mille interessi di un uomo intenso come lui in un momento storicamente importante per il jazz italiano. Sembra che il film si muova solo sul piano del dramma perdendo l’occasione di andare più a fondo. In compenso ci sono attori di spessore che sono riusciti a calarsi nella parte in maniera assolutamente convincente. Tutti, dal protagonista Kim Rossi Stuart a Michele Placido, Jasmine Trinca ma soprattutto un’incredibile Paola Cortellesi nel ruolo di Barbara, sorella di Luca.
La musica è inevitabilmente unica, importante. Le scelte musicali sono state fatte con attenzione e là dove non ci sono le vere registrazioni di Luca Flores (con un Kim Rossi Stuart che interpreta con grande perizia i movimenti del pianista) ci sono le interpretazioni di Stefano Bollani accompagnato da Roberto Gatto ed Enzo Pietropaoli. Le parti di musica classica sono lasciate alla maestria di Gilda Buttà, pianista da moltissimi anni di tutta la produzione di Ennio Morricone, e scusate se è poco.
Di Luca Flores vi suggerisco l’ascolto del cd uscito postumo “For those I never Knew” (che sta suonando nel mio pc proprio mentre sto scrivendo, realizzato per la Splasch Records – ) oltre che di “Streams” (Tiziana Ghiglioni Sextet – Splasch Records) e un meraviglioso “Easy to love” (Massimo Urbani Quartet – Red Records).
Il video che ho allegato qui sotto ritrae immagini del film ma soprattutto ha come colonna sonora "How far can you fly?" il brano composto e registrato da Flores, dieci giorni prima di uccidersi. Qui c'è tutta la poesia e il dramma di Luca.
Sarebbero molte le cose da dire su questo artista ma prima ascoltate la sua musica, poi, se ne avete voglia andate a scoprire qualcosa in più. Per fortuna, grazie a Walter Veltroni e a Riccardo Milani c’è anche un libro e un film.
Vi lascio con uno stralcio di una lettera che Luca Flores ha scritto alla famiglia durante il suo lungo viaggio negli Stati Uniti:
“Il linguaggio della musica è uno, ed è quello dell’anima, là dove le parole c’ingannano con i loro mille significati. E’ libera di volare in paradiso, di scendere nelle viscere dell’inferno o di starsene a galleggiare nel limbo. Io amo quei musicisti che cantano, scrivono e suonano ogni nota come se fosse l’ultima.”


24.11.07

Ballata delle madri di Pier Paolo Pasolini

In questo sabato piovoso di novembre, vi propongo una poesia di Pier Paolo Pasolini scritta quarant'anni fa e ancora meravigliosamente e maledettamente attuale.
Buona Lettura, Max


Ballata delle madri

di Pier Paolo Pasolini


Mi domando che madri avete avuto.
Se ora vi vedessero al lavoro
in un mondo a loro sconosciuto,
presi in un giro mai compiuto
d’esperienze così diverse dalle loro,
che sguardo avrebbero negli occhi?
Se fossero lì, mentre voi scrivete
il vostro pezzo, conformisti e barocchi,
o lo passate a redattori rotti
a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

Madri vili, con nel viso il timore
antico, quello che come un male
deforma i lineamenti in un biancore
che li annebbia, li allontana dal cuore,
li chiude nel vecchio rifiuto morale.
Madri vili, poverine, preoccupate
che i figli conoscano la viltà
per chiedere un posto, per essere pratici,
per non offendere anime privilegiate,
per difendersi da ogni pietà.

Madri mediocri, che hanno imparato
con umiltà di bambine, di noi,
un unico, nudo significato,
con anime in cui il mondo è dannato
a non dare né dolore né gioia.
Madri mediocri, che non hanno avuto
per voi mai una parola d’amore,
se non d’un amore sordidamente muto
di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,
impotenti ai reali richiami del cuore.

Madri servili, abituate da secoli
a chinare senza amore la testa,
a trasmettere al loro feto
l’antico, vergognoso segreto
d’accontentarsi dei resti della festa.
Madri servili, che vi hanno insegnato
come il servo può essere felice
odiando chi è, come lui, legato,
come può essere, tradendo, beato,
e sicuro, facendo ciò che non dice.

Madri feroci, intente a difendere
quel poco che, borghesi, possiedono,
la normalità e lo stipendio,
quasi con rabbia di chi si vendichi
o sia stretto da un assurdo assedio.
Madri feroci, che vi hanno detto:
Sopravvivete! Pensate a voi!
Non provate mai pietà o rispetto
per nessuno, covate nel petto
la vostra integrità di avvoltoi!

Ecco, vili, mediocri, servi,
feroci, le vostre povere madri!
Che non hanno vergogna a sapervi
– nel vostro odio – addirittura superbi,
se non è questa che una valle di lacrime.
È così che vi appartiene questo mondo:
fatti fratelli nelle opposte passioni,
o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo
a essere diversi: a rispondere
del selvaggio dolore di esser uomini.

4.11.07

Las Madres de Plaza de Mayo e i chicos di Alessandria

Venerdì 19 ottobre 2007. Ci sono le madri di Plaza de Mayo in Italia. Il nucleo storico delle madri, quelle alle quali il governo dittatoriale in Argentina tra il ’77 e l’83 ha fatto scomparire in Argentina più di 30.000 figli. Le madri dei “desaparecidos” che per trent’anni hanno marciato in Plaza de Mayo chiedendo giustizia e che oggi in Argentina sono a capo di progetti sociali meravigliosi: un’ università popolare, una biblioteca, una radio ma soprattutto a capo di un progetto di ricostruzione di un intero quartiere con abitazioni per 1.500 persone, costruite dalle stesse persone che ci andranno ad abitare. Queste madri che sono oggi portabandiera di pace e giustizia, quelle con le lettere maiuscole di chi ha lottato contro una dittatura, pagando con il prezzo più alto, quella dell’uccisione dei loro figli. E che oggi portano avanti i progetti che avrebbero realizzato i loro figli. Una battaglia che è diventata attuazione di un progetto sociale, oggi condiviso dal presidente dell’Argentina.
Le stesse madri che con grande entusiasmo e passione raccontiamo nello spettacolo “Por la vida”, di cui ho già scritto in questo blog. Ed è proprio “Por la vida” che la mattina del 19 ottobre andiamo a rappresentare ad Alessandria davanti al nucleo storico delle madri e a oltre 500 studenti delle scuole superiori della città piemontese. Nei camerini, prima dello spettacolo, c’è più tensione del solito. In sala, in prima fila, ci sono “le madri”, invitate dalla regione Piemonte e soprattutto siamo preoccupati di come risponderanno questi ragazzi davanti a una storia di cui sicuramente non sanno nulla, lontana anni luce dal loro mondo.
Lo spettacolo inizia. In sala non vola una mosca e gli applausi sono persino più frequenti e inaspettati del solito. A metà spettacolo mi ritrovo a suonare un brano sul boccascena, la luce illumina anche le prime file ed è in quel momento che vedo due donne anziane con il fazzoletto bianco in testa, il simbolo delle “madres”. Sono attente, a tratti si stringono le mani tra loro. Per me l’emozione è fortissima, istantanea, paralizzante, cerco di proseguire e riesco a farlo solo perché mi sforzo di non guardare più verso di loro, l’emozione è troppo forte.
Sull’ultima nota di “El dia que me quiras”, che chiude “Por la vida”, ho il coraggio di riaprire gli occhi e in quel momento vedo queste due donnine scattare in piedi per omaggiarci e con loro tutti i ragazzi. La più bella “standing ovation” della mia modestissima carriera.
Loro, che per trent’anni hanno lottato contro presidenti, militari e capi di Stato sono in piedi ad omaggiare due teatranti e un musicante. La stessa cosa succederà anche a Roma domenica 21 ottobre quando replicheremo “Por la vida” ancora davanti alle madri e alla loro presidente Ebe De Bonafini ( http://it.youtube.com/watch?v=W9FA0Bx8XH0 ). Ma l’esperienza forte e trascinante di quella mattina ad Alessandria non è ancora finita. Dopo aver ricevuto gli abbracci e le parole delle madri che sono sicuro di conservare sempre serrate dentro di me negli anni a venire, inizia una sorta di dibattito incontro tra le madri e i giovani presenti. Parole emozionanti, precise, autentiche arrivano da queste rivoluzionarie ottantenni. E dopo si dà la parola agli studenti. E qui arriva un’altra gradita sorpresa. Ragazzi e ragazze, con i loro jeans calati a mezza mutanda e con le cuffiette degli i-pod che sbucano dai giubbetti di jeans iniziano uno dopo l’altro a rivolgere domande alle madri sforzandosi di parlare solo in spagnolo. Le domande sono forti, inequivocabili, intelligenti. E soprattutto tutti si sforzano di parlare in spagnolo. Solo in spagnolo, per rispetto alle madri. Non mi sembra di essere in Italia, tra studenti di scuole tecniche e licei statali. Passa un’altra ora e mezza di dibattito. Le madri sono felici di essere lì, in mezzo ai loro “chicos” italiani. Io sono inebriato da questi ragazzi. E mi chiedo dove cazzo sono andati a finire gli stereotipi dei giovani che la maggior parte della stampa ci racconta. Ma in fondo l’ho sempre saputo che la maggior parte dei ragazzi di oggi non c’entrano nulla con quella minoranza facilmente archiviata con fenomeni di “bullismo” che tanto piacciono ai mass-media, al signor Vespa, al signor Mentana ma anche a Santoro, Fede e chi più ne ha più ne metta.
Un esempio banale: in ogni edizione del Gallarate Jazz Festival, da cinque anni a questa parte, ci siamo inventati uno spettacolo alla mattina riservato ai ragazzi delle scuole superiori gallaratesi. E in ogni occasione c’è sempre stata una sorprendente attenzione. Nell’ultima edizione abbiamo proposto ai ragazzi la musicazione dal vivo di “Nanuk l’eschimese” (a cui è stato dedicato un post in questo blog). Non una puntata del Grande Fratello ma 80 minuti di un film del 1922 in bianco e nero su una famiglia di eschimesi. Eppure la poesia del film documentario e le belle musiche dal vivo dei Q3 hanno rapito i ragazzi liberandoli solo alla fine del filmato con uno scrosciante applauso. Alla sera lo spettacolo è stato replicato nella programmazione del festival e tre intere file erano occupate da giovani tra i sedici e diciott’anni. Incuriosito ho parlato con loro e ho scoperto che alcuni dei ragazzi che erano rimasti affascinati alla mattina dallo spettacolo avevano convinto altri coetanei a riaccompagnarli alla sera per rivedersi “Nanuk l’eschimese”.
Che i giovani d’oggi abbiamo solo bisogno che li si aiuti a confrontarsi con contenuti più importanti e con le emozioni forti delle storie vere? Un’emozione di una storia vera come quella delle madres e dei loro figli. Figli che erano anche loro studenti che hanno sentito il bisogno di alzare un’ipotetica mano e dire cosa ne pensavano della vita, della società, della politica, così come trent’anni dopo i “chicos” di Alessandria.

Max De Aloe

16.9.07

GALLARATE JAZZ FESTIVAL 2007

La quinta edizione del Gallarate Jazz Festival si presenta nel nome dell’ecletticità e dell’originalità, con un programma di assoluto coinvolgimento.
Pur seguendo sempre la proposta del jazz italiano, il Festival di quest’anno si caratterizza per dar spazio in egual misura ai grandi nomi del jazz nostrano così come a talentuosi e sorprendenti giovani emergenti. Un festival ha anche l’obbligo di rischiare e di proporre novità e così nasce un’edizione che testimonia una maggiore apertura ai vari generi del jazz. Un festival più vario, capace di interessare una più ampia fascia di pubblico, dai neofiti agli addetti ai lavori, senza perdere la sua forte impronta stilistica.

L’apertura del festival, venerdì 5 ottobre 2007, è lasciata a cinque all star del jazz italiano che hanno saputo dare lustro al nostro jazz in tutto il mondo. Un quintetto formidabile, come testimonia il recente loro cd presentato dalla rivista “L’Espresso”, capitanato dal batterista romano Roberto Gatto vedrà Rosario Bonaccorso, Dado Moroni, Daniele Scannapieco e Flavio Boltro cimentarsi con il repertorio del memorabile quintetto di Miles Davis di metà anni ’60. Una sfida che solo un quintetto di fuoriclasse come loro poteva decidere di intraprendere. Stiamo parlando di cinque grandi musicisti italiani che hanno condiviso palchi in tutto il mondo con nomi storici come, tra i tanti, Dizzy Gillespie, Wynton Marsalis, Pat Metheny, John Scofield, Freddy Hubbard, Chet Baker, Joe Pass, Lionel Hampton, Ray Brown, Michel Petrucciani, Michael Brecker, Joe Zawinul, ecc.
A riunire questi grandi musicisti c’è il carisma e l’ecletticità di Roberto Gatto, un maestro indiscusso della batteria che riesce sempre a dare ai suoi progetti musicali, oltre che un interessante ricerca timbrica e un’impeccabile tecnica esecutiva, un grande calore tipico della cultura musicale mediterranea. Questo fa sicuramente di Roberto Gatto uno dei più interessanti batteristi e compositori a livello internazionale.

Sabato 6 ottobre 2007, dopo lo spettacolo in mattinata riservato agli studenti delle scuole superiori di Gallarate, l’appuntamento è alle ore 16.00 alla sala conferenze del Teatro Condominio. Quest’anno non abbiamo invitato musicologi, giornalisti o critici musicali a parlarci di jazz ma un musicista, un grande musicista: Dado Moroni. L’incontro si chiama infatti “Carta bianca a Dado Moroni” e per una volta sarà un protagonista diretto, un musicista tra i nostri più blasonati in campo internazionale a dirci la sua su questa meravigliosa musica: aneddoti, riflessioni, spaccati di vita musicale. Ingresso gratuito.
Dalle ore 18.00 in poi le vie del centro cittadino saranno animate dalla musica coinvolgente della più nota marching band italiana: l’Ambrosia Brass Band. Nove musicisti faranno rivivere a Gallarate l’atmosfera di New Orleans. E sarà sempre L’Ambrosia Brass Band ad inaugurare la parte serale al Teatro Condominio: una musica “pazza e imprevedibile” in una miscela esplosiva che va da Stevie Wonder a Fabrizio De Andrè, tutto in rigoroso stile dixieland. Si proseguirà con la delicatezza dei Qtrio, tre fratelli giovanissimi di Lugano (di 18, 20 e 25 anni) che musicheranno dal vivo “Nanuk l’eschimese” (Nanook of the North) del 1922, del regista statunitense Robert Flaherty. A quanti immaginano una serata noiosa da film muto con improvvisazioni azzardate garantiamo l’esatto contrario. Ottanta minuti di vera poesia con un documentario storico su una famiglia di eschimesi con momenti di tenerezza e ironia difficile da trovare. Nanuk l’eschimese diventerà certamente l’eroe del nostro festival insieme ai giovani Qtrio e alla loro meravigliosa musica. Lo spettacolo dei Qtrio con la proiezione del film documentario di Flaherty sarà presentato anche in mattinata in esclusiva per gli studenti delle scuole superiori cittadine.


Conclusione domenica 7 ottobre 2007. Si inizia al mattino con un appuntamento alle ore 11.00 alla Galleria D’Arte Moderna di Gallarate con un concerto dei “Power Duo”, originalissima formazione che vede due giovanissimi percussionisti: Marco Bianchi (classe 1980) e Matteo Mascetti (classe 1983), impegnati rispettivamente al vibrafono e alla marimba. Una formazione che lascia spazio alla sperimentazione, al gioco delle dinamiche, alla ricerca armonica, al coinvolgimento emotivo come testimonia anche il loro cd “Armalletale” che, oltre ad aver vinto diversi referendum come miglior disco nel 2005 e 2006 ha fatto assegnare una borsa di studio ai due giovani musicisti al Berklee College of Music di Boston. L’ingresso è gratuito e seguirà aperitivo.
Alla sera, sul palco del Teatro Condominio gran finale con ancora sorprese e un altro doppio concerto. Aprirà la serata il “Federica Gennai Quartet”, un gruppo di giovani ma già affermati musicisti toscani che presenteranno il loro progetto su Charlie Mingus (con il quale hanno recentemente pubblicato il cd “Mingus’ sound of love”). Il quartetto, in esclusiva per il festival di Gallarate, si esibirà per la prima volta con il grande trombettista americano Andy Gravish che per l’occasione eseguirà gli arrangiamenti del quartetto sui brani di Mingus. Un regalo che il grande Gravish ha voluto fare alla cantante toscana e al nostro festival. E non è un regalo da poco visto che il trombettista della Pennsylvania ha suonato al fianco di musicisti come Frank Sinatra, Buddy Rich, Sarah Vaughan, Tony Bennett, Cab Calloway, ecc.
Chiusura con un doveroso omaggio per i cinquant’anni di musica di Bruno De Filippi che verrà premiato con un targa ricordo per la sua lunga carriera iniziata al fianco di Domenico Modugno (è lui ad accompagnarlo alla chitarra al Festival di Sanremo nel 1958 nella celebre “Nel blu dipinto di blu”) e poi di Celentano, Mina (è sua “Tintarella di luna”) e molti altri, per poi approdare al jazz al fianco di Louis Armstrong, Lionel Hampton, Astor Piazzola, Gerry Mulligan e molti altri. Oggi Bruno De Filippi è tra i pochi e più importanti armonicisti jazz nel mondo, ormai un vero caposcuola (innumerevoli sono i suoi duetti con il grande Toots Thielemans) che può vantare una carriera che il chitarrista e armonicista milanese ha saputo reinventare ogni volta risultando sempre moderno e portando il jazz italiano in prestigiose sedi come il Blue Note e la Town Hall di New York o la “Philarmonic Hall” di San Pietroburgo. Bruno De Filippi sarà accompagnato dal trio di Mario Rusca (un altro grande del nostro jazz italiano) e insieme presenteranno in prima assoluta il loro cd “Modugno Forever”, dedicato alla musica di Domenico Modugno rivisitata in chiave jazz e miscelata a standard della tradizione jazzistica americana.

Presentazione a cura di Max De Aloe






TEATRO CONDOMINIO VITTORIO GASSMANN
GALLLARATE JAZZ FESTIVAL – quinta edizione

Inizio concerti: ore 21.30 - Ingresso: € 5,00 – abbonamento per le tre serate € 12,00

Comune di Gallarate – Assessorato alla Cultura
Fondazione Culturale “1860 Gallarate Città”
Direzione Artistica: Centro Espressione Musicale – Gallarate



VENERDI’ 5 OTTOBRE 2007
Ore 21.30 – Teatro Condominio

ROBERTO GATTO SPECIAL QUINTET - A tribute to Miles Davis Quintet 64’ – 68’
Dado Moroni – pianoforte
Flavio Boltro – tromba
Daniele Scannapieco – sax
Rosario Bonaccorso – contrabbasso
Roberto Gatto - batteria



SABATO 6 OTTOBRE 2007
ore 10.30 – Teatro Condomino

Q TRIO presentano “Nanook l’eschimese”
Riservato agli studenti delle scuole superiori di Gallarate

ore 16.00 – Sala Conferenze del Teatro Condominio

Conferenza-incontro: “CARTA BIANCA A DADO MORONI”
Aneddoti, riflessioni, racconti sul jazz a cura di uno dei più importanti musicisti della scena jazzistica internazionale.

ore 18.00 – Centro Cittadino

Musica per le vie del centro con la più coinvolgente marching band italiana:
AMBROSIA BRASS BAND

Ore 21.30 – Teatro Condominio

AMBROSIA BRASS BAND
Rudy Migliardi- trombone
Marcello Noia - sax
Francesco Licita - sax
Giancarlo Mariani- tromba
Mauro Colombo - tromba
Fiorenzo Gualandris - tuba
Walter Ganda - cassa
Marco Castiglioni - rullante
Franco D'Auria – rullante


Q TRIO presentano “Nanook l’eschimese”
Nolan Quinn -tromba, flicorno, pianoforte, piano fender, loops electronics Sinon Quinn – contrabbasso
Brian Quinn -batteria



DOMENICA 7 OTTOBRE 2007
Ore 11.00– Galleria D’Arte Moderna (Viale Milano, 21 – Gallarate)

POWER DUO
Marco Bianchi – vibrafono
Matteo Mascetti – marimba
Seguirà aperitivo.


Ore 21.30 – Teatro Condominio

FEDERICA GENNAI QUARTET - ospite ANDY GRAVISH - presentano “Mingus’ sound of love”
Andy Gravish - tromba
Federica Gennai – voce
Daniele Gorgone - pianoforte
Franco Nesti - contrabbasso
Daviano Rotella - batteria

BRUNO DE FILIPPI e MARIO RUSCA TRIO
Bruno De Filippi – armonica cromatica e chitarra
Mario Rusca – pianoforte
Marco Ricci – contrabbasso
Tony Bradascio – batteria


Info:
fondazione@comune.gallarate.it
info@centroespressionemusicale.com
www.centroespressionemusicale.com
Tel: 0331.784140

5.8.07

Ascoltare Dino Saluzzi, il maestro del bandoneon, è sempre un emozione grande. Sono in tanti a pensare che ormai da anni il settanduenne argentino sia il più rappresentativo bandoneonista al mondo. Un musicista che sa affascinare per la sua personalissima ricerca armonica, capace di dare al suo strumento la dignità della tradizione non solo del tango ma di molta musica folclorica argentina miscelata con un gusto e una ricerca musicale di stampo jazzistico. Un musicista capace di mettere in crisi i critici perché in grado di coniugare la musica folclorica e la musica cosiddetta colta, il jazz e le avanguardie, senza cadere in quello che ci si aspetterebbe da un bandoneonista: il tango. Suggerisco in queste pagine l’ascolto dell’ultimo cd che Timoteo “Dino” Saluzzi ha realizzato per la prestigiosa ECM. Un sodalizio che dura con l’etichetta di Manfred Eicher da più di venticinque anni. In questo Juan Condori lo troviamo nuovamente alla testa della “Saluzzi family”, il gruppo che vede il figlio José Maria alla chitarra, Matias (nipote? ) al basso elettrico e contrabbasso, il fratello Felix “Cuchara” al sax tenore, soprano e al clarinetto. Piacevolissima sorpresa la presenza del batterista italiano U.T. Ghandi alla batteria e percussioni. Una sorpresa ben meritata da un musicista che si è messo in luce più di dieci anni fa con la fortunata formazione di Enrico Rava, l’ electric five, e che è sempre stato capace d’intessere cd e progetti musicali d’intenso spessore. Tornando a “Juan Condori” è una musica che vi suggerisco per i momenti di grande relax da abbinare a una grappa di barbera, lasciandosi cullare dalla poesia di questo grande artista. Da evitare più che mai per questo cd l’ascolto in auto. Basterebbe la solo introduzione di “bandoneon solo” del primo brano, “La vueltas de Pedro Orillas” a giustificare i 20 euro spesi per il cd. Non ho ascoltato certo tutti i suoi cd ma mi permetto di suggerirvi anche l’ascolto di “Citè de la Musique” del 1997, in trio con Marc Johnson al contrabbasso e sempre suo figlio Josè alla chitarra (meraviglioso il brano “Introduccion y milonga del Ausente”), oltre a “Once upon a time – Far away in the south” del 1986 con Palle Mikkelborg alla tromba e flicorno, Charlie Haden al contrabbasso e Pierre Favre alle percussioni. Da non perdere anche “Volver” (1986) con Enrico Rava alla tromba, Furio Di Castri al contrabbasso, Bruce Ditmas alla batteria e Harry Pepl alla chitarra. Ascoltare poi Dino Saluzzi dal vivo è quasi commuovente. Almeno questo è quello che mi è successo quando ho ascoltato, insieme a non più di conquanta persone, al teatro Dal Verme di Milano un trio particolarissimo con Dino Saluzzi e i pianisti Gorge Gruntz e Thierry Lang.

Aspetto anche i vostri suggerimenti, buon ascolto, Max De Aloe

22.7.07

Storie di pianisti ed orsacchiotti (di Eddie Fragolino)

In una notte buia e tempestosa un noto musicista di jazz (è evidente che non sono io) s’imbatte su You Tube nelle performances pianistiche di un capelluto pianista accompagnato dal suo fido orsacchiotto. Ne rimane talmente impressionato che descrive per filo e per segno l’accaduto. E dopo aver letto qualche mio post mi invia il suo divertente scritto. Una così dettagliata descrizione di quello che questo pianista è riuscito a fare merita di essere letta. Però devo dire al nostro Eddie Fragolino (?!?) che ha firmato questo simpatico post che il cachet del pianista protagonista del suo articolo è ormai più del doppio di quello che ha citato.

Ospito così sul mio blog questo post di Eddie Fragolino. Buona Lettura




Cari amici, ho saputo che un certo pianista, oggi famosissimo e superpagato ( buon per lui ) non si accosta al piano se non ha il suo orsacchiotto sul leggìo, poi descrive la sua esperienza con il problema dell'ansia e il pubblico, composto in buona parte da ragazzine, resta in silenzio partecipando emotivamente al racconto accorato dell'artista sul palco.

Intanto sono già passati dieci minuti e di musica non si è sentito neppure una nota! Poi il nostro eroe, pago di aver catturato l'attenzione del suo pubblico, si siede davanti alla tastiera con la corvina testa leonina quasi sulle ginocchia, e dopo aver fatto volteggiare più volte la mano nell'aria finalmente tocca la tastiera e fa "plìn plìn", seguito da una pausa di parecchi secondi prima di procedere a suonare. Siamo già al 23' e di note c'è ne sono state soltanto due.

Finalmente tutte e due le mani, sempre dopo aver volteggiato come gabbiani, si posano sui tasti e, accompagnato da un profondo e soffertissimo sospiro, con gli occhiali traballanti sul naso, ecco il primo geniale accordo : triade di Do ! Da lì parte una progressione a cui neppure Tatum ispirato avrebbe mai pensato : prima misura Do triade, seconda misura Sol triade, terza misura Re minore e quarta ancora Do, poi arpeggino con pedale ! Fantastico...il nostro eroe è riuscito a suonare circa quattro misure quasi a tempo, senza minimamente sfiorare una nona, settima o undicesima...e senza melodia ! Non ci aveva pensato mai neppure Ellington.

Al 30' appare la melodia e, udite udite, perfettamente conforme agli accordi ! Pensate amici miei, anche lì il nostro amico riesce a inventare una melodia tutta basata sulla terza maggiore o quinta negli accordi maggiori e addirittura una terza minore e tonica nei minori...

Come avrà fatto a inventarsi una roba del genere ? Scoprirò in seguito da una sua intervista a otto colonne che lui non improvvisa mai, alla carlona come fanno tutti gli altri, ma ci pensa anche due mesi prima di scrivere qualcosa. Ah, ecco come ha fatto ! Non sarebbe stato possibile creare una cosa così, sul momento...La melodia va avanti un pò e si arriva al 41'. Arpeggino finale in Sol maggiore ( triade ) e, dopo lunga pausa e mani volteggianti, gran bel Do triade finale, leggermente tremolato per poi chiudere il capolavoro con una nota altissima e singola, il Do.

E' il 43' e il numeroso pubblico esplode in un lungo applauso con il quale si arriva al 45'. L'artista si alza, sorride mestamente, si avvicina al microfono e parla per cinque minuti del suo rapporto difficile con la madre con conseguenti intolleranze alimentari. Le ragazzine hanno i lucciconi agli occhi e i loro fidanzatini le abbracciano stringendo loro la mano. Al 51' l'amico si siede di nuovo accarezzando l'amato orsacchiotto e dopo l'ormai consueto volteggiare delle mani suona un bel Fa maggiore con arpeggino, poi, per non voler staccare troppo con il brano precedente, si inventa una progressione molto simile però in Fa e di durata doppia, cioè di circa otto misure. Dico circa perchè, da grande strumentista che è, riesce talvolta a suonare battute di tre quarti e mezzo o quattro e quasi, come se fossero normali. Amici, ci vuole maestria, altro che !

Le teste degli spettatori ondeggiano mentre nel teatro le triadi e gli arpeggini svolazzano libere come farfalle al sole di Maggio...che magìa ! Al 63' un grande arpeggio di Do, questa volta con una settima voluta fortemente, sfocia in un magistrale e definitivo Fa - La - Do con Fa altissimo, singolo, quasi a perdersi nell'aria. Trionfo ! Tutti in piedi a urlare BIS ! BIS !
Il maestro sorride e si risiede. Dato che è un bis, risuona il brano precedente, però più lento e procede stancamente fino all'accordo finale che però cambia, stavolta. Il Fa singolo e altissimo sparisce per fare posto ad un tremolo sempre di Fa ma sui bassi. Sembra il temporale e le fanciulle si spaventano un poco, per poi rasserenarsi quando il nostro eroe si arresta un attimo e si gira verso il suo adorante pubblico, sorridendo con la timidezza di un bambino, poi immancabile arriva l'ultimo suono...ma non dal pianoforte, bensì dalla sua voce. "Grazie" dice sommesso e scompare leggermente ingobbito, con orsacchiotto sotto il braccio, dietro le quinte. Dove lo attende una bella busta con diecimila euro netti e una limousine per portarlo in albergo.

Poco lontano in un altro teatro, un distinto signore nero americano sui settant'anni ( cinquanta dei quali trascorsi in giro per il mondo accompagnando gente come John Coltrane, Art Blakey, Dizzy Gillespie, Wes Montgomery, Johnny Griffin, Freddie Hubbard etc. ) dal nome un pò british, Mr. Cedar Walton, termina il suo concerto dedicato a Monk, applaudito con calore dai 156 spettatori paganti e va in camerino per cambiarsi, scoprendo che oltre alla busta con il cachet di 1'000 dollari è sparito anche l'orsacchiotto che aveva comperato in autogrill per la nipotina a Detroit. Spera anche di trovare un passaggio per tornare in hotel.

EDDIE FRAGOLINO

27.6.07

VILLE E CASALI....IN JAZZ

Nonostante Marshall McLuhan me lo avesso detto (propriamente non solo a me.... e non direttamente), nonostante le avvisaglie ci fossero un po’ ovunque, io non lo avevo capito. Continuavo ad essere ignaro. Il mondo della musica jazz mi appariva da ragazzino come quella isola felice dove il divismo e l’apparenza non c’erano o quasi. Dove contava il merito dell’inventiva e del talento. Per uno cresciuto guardando con ammirazione le jam-session al Capolinea e alla Studio 7 di Milano il mondo del jazz italiano appariva come un fantastico mondo a parte. I mitici aneddoti di Sellani, Basso, Cerri, De Filippi delle sedute nello studio di registrazioni di Barigozzi sono indimenticabili. Poi piano piano scopri che il mondo cambia un po’ ed è normale che sia così, che del jazz italiano iniziano ad occuparsi anche qualche major discografica o meglio, che qualche major discografica si occupa di alcuni nomi del jazz italiano. Tra l’altro di musicisti d’indiscusse capacità e talento.
Che piano piano, senza che neanche loro stessi se ne rendano conto, quei pochi nomi iniziano a cambiare i loro cachet in base alle esigenze di mercato e poi li cambiano ancora e poi ancora con l’arrivo dell’euro (se ne rendono conto!!!). Le riviste specializzate si occupano sempre più di loro. E lo scenario musicale cambia radicalmente. Le nuove regole sull’enpals danno la mazzata finale ai locali che stavano in piedi facendo suonare jazz . A Milano arriva il Blue Note, chiude il Capolinea, le modalità di fare musica cambiano sempre di più. Chiudono i jazz club ma aumentano i festival, cioè chiudono i posti dove può fare musica anche un musicista non affermato e nascono kermesse che in Italia sono prevalentemente riservate alle nuove star del jazz e soprattutto ai big stranieri. Le jam session sono introvabili. Il jazz viene trasmesso da qualche radio da fighetti nella versione più melliflua possibile. Nascono musicisti come Amalia Grè, Giovanni Allevi, Mauro Biondi, Ivan Segreto. Scompaiono sempre di più alcuni nomi che hanno fatto la storia del jazz, anche del jazz recente (...ma il grande Maurizio Giammarco dove suona?). Anche in questa musica, tutto va consumato veloce e subito. Il jazz è soprattutto una merce da vendere. I direttori dei giornali specializzati ammettono senza problemi che hanno bisogno dei grossi e dei soliti nomi in copertina e nei cd allegati perché devono vendere. E i soliti nomi sfornano quintalate di cd, anche con progetti improbabili, di cui musicisti geniali come loro potrebbero fare a meno. Ma il mondo va così e certe volte davanti a un allievo di 15, 20 anni di talento che vorrebbe vivere di musica non si sa cosa dire. Anzi stamattina mi verrebbe da suggerirgli di leggere di Arrigo Polillo non il solito “Jazz”, ormai soppiantato da testi più interessanti, ma il suo meno conosciuto “Stasera Jazz” del 1978 (Mondadori) dove l’eminente critico musicale descriveva gli inizi del jazz in Italia, del Circolo del Jazz Hot a Milano degli anni ’30, le avventure di Armando Trovajoli al festiva di Parigi, di Nunzio Rotondo, Umberto Cesari, del Festival di Sanremo (quello di jazz) e di molto altro ancora.
Poi, anche se ti viene un po’ da ridere quando scopri cha la rivista “Ville e Casali” (trovata per caso in un agriturismo in Basilicata) pubblica un numero speciale dedicato alle “case” dei jazzisti italiani, bisogna riconoscere che questi stessi musicisti hanno reso importante il jazz italiano nel mondo e quando salgono sul palco ci sanno sempre emozionare. Allora metto nel cd player un cd di Bollani e mi riconcilio con il mondo, ma mi chiedo: come li aveva disposti i libri Bollani a casa sua nelle foto di “Ville e Casali”? Avrei dovuto proprio imboscarmela quella rivista quel giorno.

Max De Aloe

24.4.07

Nanuk l'eschimese, i Q3 e Giovannona Coscialunga



Per posta mi arrivano molti cd di jazz e una valangata di mail di musicisti che si propongono per il Festival Jazz di Gallarate. Un numero spropositato, neanche fossimo Montreux o Umbria Jazz o il meraviglioso e ricco festival dell’Aia. Cerco di rispondere a tutti e soprattutto ascolto, insieme ad altri amici del Centro Espressione Musicale, il materiale che ci arriva. Purtroppo il festival di Gallarate, per quanta cura, amore e passione ci si metta ad organizzarlo ha soltanto tre serate l’anno. Percui gli esclusi sono tanti, troppi purtroppo.
Tra i cd mi è arrivato nei mesi scorsi “On cue”, opera prima di un trio di Lugano i Q3. La prima cosa che mi colpisce è la grafica del cd, moderna, accattivante, studiata nei particolari che rispecchia la stessa idea del sito. Una novità, in quanto il design dei cd e dei siti nel mondo del jazz spesso lascia a desiderare. Negli ultimissimi anni la cosa è migliorata ma penso che nei cd di jazz italiano ci siano le peggiori copertine della storia della musica. Tra i primi posti dell’orrido, e non mi vergogno a dirlo, il mio cd cofirmato in trio con Massimo Moriconi e Mike Melillo dedicato a Matt Dennis e Bruno Martino (e la sostanza musicale non è molto meglio….).
Ascolto “On cue” e scopro una freschezza musicale e una modernità nella scelta dei suoni e del modo di proporsi verso l’idea del jazz targato terzo millennio. Se analizzati singolarmente i musicisti non sono certo dei grandi virtuosi (per fortuna!! sono troppo stanco di tutti quelli che vogliono mettere in un brano tutto quello che sanno fare) ma l’insieme è molto interessante. Si sente che c’è la tradizione del jazz ma anche l’amore per il “drum and bass”, per le sonorità funky rock anni ’70, per la musica che arriva dal Nord Europa e chissà quant’altro.
Ci faccio un pensierino, ma sento la necessità di andarli ad ascoltare dal vivo.
Tra le date del loro sito vengo incuriosito da un concerto al Teatro di Chiasso. I Q3 mettono in scena la musicazione di un film muto dal titolo “Nanuk l’eschimese” . Ci scriviamo per mail con il batterista Brian. Parto con il mio amico Gigi alla volta di Chiasso. Ma Chiasso è in Italia o già in Svizzera? Gigi mi rassicura che è già in Svizzera. E’ vero mi dico, ci andavo a comprare il tabacco per la pipa. Vabbè, ma questo poco conta. Anche se a me la dogana mette sempre ansia!!! Sarà per i dognanieri. Un po’ come tutte le divise. Persino i metronotte. Alla mia ignoranza geografica si aggiunge quella topografica di Gigi che fa tanto l’esperto di Chiasso (sarà per certi localini appena dopo confine?) ma in realtà mi porta in un paesino che non c’entra una mazza. Chiediamo a una Svizzerotta che ci indica la strada (solite battute sull’accento e altro che è meglio tralasciare!!!).
Arriviamo in teatro e veniamo sorpresi da un pubblico eterogeneo tra cui molti giovani e giovanissimi che si leggono il programma di sala (ma come? Giovanardi l’altro giorno in tv diceva che i giovani sono tutti in giro a fare le stragi sulle strade e ad ubriacarsi e a fare i filmati con i videofonini?). Anch’ io e Gigi leggiamo il programma di sala e, ignoranti come capre, scopriamo che Nanuk l’eschimese (Nanook of the North) del 1922, del regista statunitense Robert Flaherty, è il primo esempio di cinema documentario che ottenne un successo mondiale ed ebbe una profonda influenza sulla storia del cinema. E noi, caro Gigi, che al massimo eravano arrivati a “Giovannona Coscialunga disonorata con onore” (Edwige Fenech e Pippo Franco, regia di Sergio Martino, 1973 e scusate se è poco!!!)? Si è vero anche quel film ebbe un’influenza non sulla storia del cinema ma di molti adolescenti italiani.
Torniamo al concerto. La curatrice della rassegna introduce lo spettacolo. Brava, poche parole che già mi aspettavo la sbrodolata sul film muto con tutte le ripercussioni sui registi a venire, sull’uso delle camere, dei pianosequenza, del montaggio, delle cineteche nel Canton Ticino e Mendrisiotto, eccetera, eccetera.
Entrano i musicisti sul palco. “Cazzo sono giovanissimi”, dice Gigi. “Cazzo, veramente”, dico io.
Il pianista ha anche le infradito. Mitico!
Documentario e musica partono. Ottanta minuti di poesia. Questo documentario su questa famiglia di eschimesi è meraviglioso con dei momenti di tenerezza e ironia che è difficile trovare. Nanuk l’eschimese diventa subito l’eroe della storia. Ci riporta alle storie di Tarzan (quello epico con Johann Weissmuller, il tarzan campione di nuoto), alla delicatezza dei trucchi magici di Houdini, ai sorrisi di Charlie Chaplin (o almeno è quello che passa per la mia testa). E la musica scorre con grande sicurezza. Anche senza un orecchio attento e critico è evidente come i giovani tre fratelli abbiamo lavorato con grande dedizione e amore alle musiche sulla pellicola.
Simon Quinn al contrabbasso (18 anni, e quando ha registrato il cd, due anni fa, ne aveva 16!!!!!), Nolan Quinn alla tromba, flicorno, basso tuba, live electronics, pianoforte e piano fender (20 anni) Brian Michael Quinn alla batteria e vibrafono (25 anni). Ma quello che stupisce non è solo l’età di per se stessa ma è quanto questo gruppo suoni bene e quanta profondità e sensibilità ci siano in queste musiche. Sicuramente Nanuk e Q3 per quanto sarà nei miei poteri si rifarà nel prossimo festival di Gallarate (in programma il 5,6 e 7 ottobre 2007) ma soprattutto io sono diventato un vero fan dei Q3. Alla faccia di Giovanardi.
No dai Gigi, non possiamo proporre “Giovannona Coscialunga disonorata con onore” con le musiche dei Q3. J
Ah, dimenticavo : http://www.qtrio.ch/


Max De Aloe



17.4.07

Sergio, Mine Kawakami e l'intuizione sprecata dei concerti soporiferi!!

Ho scoperto che c’è una musicista giapponese, Mine Kawakami, che ha portato in Europa i suoi concerti di “musica soporifera”. Recentemente si è esibita a Madrid in una sala dove il pubblico si è presentato al concerto con cuscino e abiti comodi. Invece delle poltrone il pubblico stava disteso sui tatami con l’obiettivo di addormentarsi. Sì, sembra che in Giappone i concerti “per far addormentare il pubblico” siano molto diffusi: un metodo infallibile per eliminare lo stress. Su un inserto del Corriere ho visto anche le foto. I Giapponesi sono avanti e Madrid è la capitale europea del vizio, no c’è dubbio.
Comunque, non per tirarmi delle pose, ma ognitanto quando ai miei concerti viene il mio amico Sergio anche lui dorme, ne ho i testimoni. Addirittura mi è capitato che qualcuno del pubblico, a fine concerto mi abbia detto, con un po’ d’imbarazzo: “sai che c’era una che dormiva?” . “Non vi preoccupate è Sergio, ho risposto io, se dorme vuol dire che va tutto bene”.
E io questa cosa qui di fare dormire il pubblico dovevo organizzarla meglio, dovevo capirla prima. Sergio mi ha dato spesso una dimostrazione di questo e io mi sono lasciato sfuggire i segnali così, senza coglierli. Altro che intuito d’artista! Ho perso un'occasione. Che potevamo esserci anche io e Sergio con i nostri faccioni sul Corriere.
L’altro giorno al concerto di inaugurazione dell’associazione amici nell’arte, mi sono accorto che qualcuno del pubblico alla fine di “Ul giuan Martora” e “Pack” piangeva, vale qualcosa? Una foto almeno sulla Prealpina? Parlerò con i miei musici compagni di viaggio, bisogna inventarci qualcosa. Cosa gli facciamo fare al pubblico durante il concerto? Non vorranno mica ascoltarla la musica? Aspetto suggerimenti. Aiutatemi.

Max De Aloe

16.2.07

I pianisti italiani che non mangiano la pasta al tonno!!!


Mi sento quasi in colpa. Questo povero Allevi me lo avete massacrato. Io volevo scherzarci un po’ su e invece le risposte al post sono state delle legnate tra i denti!!!! Tanto poi noi musicanti parliamo parliamo ma poi…..siamo quel che siamo. Che se il signor Allevi mi chiamasse perché ha bisogno un solo di armonica su un suo nuovo pezzo o se mi proponesse un duo di armonica-pianoforte in un concerto a Tokyo ben pagato cosa faccio io non ci vado? Ci vado sì!!! Brutta merdaccia che sono. Oscuro sul mio blog il post che lo riguarda e ci vado. Allora cosa scrivi a fare, dite voi? Allora cosa scrivo a fare, dico io? Che sei proprio un “parla parla” come tutti, caro pifferaio matto che suona l’armonica cromatica lui. Te oscura pure il post che parla di Allevi che tanto lui l’ha già letto, lui le ha già stampate quelle cose brutte che scrivi su di lui. Cosa prendi in giro, che anche Luzzato Fegiz le ha lette le “cosacce” che hai scritto su lui. Che non posso andare neanche più al Festival di Sanremo a cantare una canzone di amore che lui mi stronca. Ma continua a suonare l’armonica “acrobatica” e non scrivere più le cose cattive sui pianisti!!!! Che è tutta invidia la tua!!!!
Ecco la mia coscienza cosa mi dice!!!!!! Sensi di colpa che mi offuscano la mente, che mi lasciano insonni la notte. Povero Allevi, io non volevo…….con tutta quella pasta al tonno che si è mangiato.
Vabbè siccome concordo con tanti che hanno risposto al post che dicono che il signor Allevi non c’entra con il jazz (- ma cos’è il jazz???? solidale con chi scrive che c’entra di più con Richard Clayderman) allora mi permetto di suggerire agli amici che seguono questo blog un po’ di pianisti italiani di jazz che secondo il mio modesto avvisto non hanno i santi in Paradiso di Allevi ma suonano grande profondità facendo musica d’arte.
Insomma dei grandi artisti, alcuni molto famosi nel panorama jazz altri appena noti ma ugualmente degni di ascolto. Quelli che mio avviso sono “artista puro” (come direbbe il mio amico e grandi chitarrista “carioca” Beppe Fornaroli). Se volete andate a cercare i loro cd, i loro siti e quant’altro.

Antonio Zambrini
pianista milanese – suona in maniera molto “europea” – compone come pochi in Italia. Penso cinque cd a suo nome. Bellissimo il suo esordio con “Antonia e altre canzoni” per la Splasc(H) Records e poi gli altri cd sono prodotti da Abeat.

Glauco Venier
Raffinato, colto, ispirato tra i tanti da John Taylor.
Suggerisco “Gorizia” con un meraviglioso Kenny Wheeler e poi il suo cd in trio “Un anno” , entrambi prodotti da Artesuono.


Andrea Pozza
Il più bravo “accompagnatore” che abbiamo in Italia. Non è un caso che Rava l’abbia preso nel suo nuovo quintetto per sostituire Bollani e che il patron dell’ECM Manfred Eicher sia affascinato dal suo modo di suonare.

Umberto Petrin
Penso che sia tra più grandi pianisti “immaginifici” del nostro jazz. Suona bene ovunque ma il suo meglio lo dà nei progetti di confine. Che ci sia una ballerina, un attore o un artista cibernetico sul palco Petrin riesce a suonare negli “spazi” tutt’attorno, non prevaricando mai ma costruendo cornici di musica meravigliosa. Suona come potrebbe dipingere se fosse un pittore. C’è un bel DVD prodotto da Feltrinelli con Stefano Benni dedicato a Thelonius Monk.


Marco Detto
Energia e melodicità miscelati insieme in un cocktail unico. Il trio classico (piano-contrabbasso-batteria) è il suo ambiente congeniale. Scrive brani che solo un musicista di jazz italiano potrebbe scrivere. Forse una quindicina di cd a suo nome tra cui vanno citati “What a wonderful World” registrato a New York con Eddie Gomez e Lenny White ma anche “Altrove” o “BlueStones” o molti altri, tutti realizzati dalla Mingus/Music Center

Rita Marcotulli
Ascoltate il suo cd “Koinè”, uno dei lavori più interessanti degli ultimi anni. Mi dicono sia bellissimo anche il suo ultimo in piano solo ma non ho avuto ancora il piacere si ascoltarlo. La Marcotulli è una pianista raffinata, originale, capace di grande progettualità.


Poi ci sono pianisti ancora più noti che non avrebbero bisogno di menzione.


Enrico Pieranunzi
Difficile trovare un suo cd non interessante. Penso che sia il nostro pianista più noto nel mondo insieme a Dado Moroni e Stefano Bollani. Tra i tanti cd di Pieranunzi voglio citare “Racconti mediterranei” dell’Egea (meraviglioso) e poi “Fellini jazz” della CAM , “Ballads” e uno bellissimo con Chet Baker di cui non ricordo il titolo.

Dado Moroni
Ha suonato con tutti e inciso con chiunque in giro per il mondo. Dicono di lui che suoni all’americana. Io penso che sia un pianista talmente “musicale” che può suonare come vuole. Affascinante il suo duo con Kenny Barron.

Stefano Bollani
Non ha bisogno di presentazione. E’ spesso anche in tv. L’ho ascoltato in diversi contesti: nel ’96 a Siena Jazz con l’orchestra della Toscana e Richard Galliano; qualche anno dopo nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano con Rava e Gato Barbieri in un omaggio a Gershwin, poi con L’orchestra del Titanic, con il suo trio, con Rava in quintetto e in duo, in piano solo. E ogni volta è pertinente, geniale, interessante, attento a chi sta accompagnando. Suggerisco due cd completamente differenti tra loro: l’ultimo cd per l’ECM in piano solo dal titolo “Solo piano” e il suo cd “L’orchestra del Titanic” della Viaveneto di qualche anno fa.

Danilo Rea
Ascoltatelo con i suo DOCTOR 3 ma anche con Maria Pia De Vito ed Enzo Pietropaoli nell’omaggio a Joni Mitchell.

E poi è doveroso citare anche nomi di altri illustri pianisti del jazz italiano come Renato Sellani, Mario Rusca, Arrigo Cappelletti, Franco D’Andrea, Enrico Intra, Antonio Faraò, Paolo Birro, Paolo Brioschi, Rosario Di Rosa, Paolo Paliaga, Michele Di Toro, Mario Zara, Alfonso Santimone (da ascoltare il suo cd con Silvia Donati per Abeat), Luca Flores, Davide Santorsola (ottimo il suo manuale di piano jazz edito da Ricordi), Luca Mannutza, Salvatore Bonafede, Massimo Colombo, Giuseppe Emmanuele e chissà quanti altri che dimentico o che non conosco.

Buon ascolto a tutti

P.s. la maggior parte di questi non mangiano pasta al tonno


Max De Aloe

11.1.07

Il pianista che annusava una volta a settimana

Ora se tu fai il musicante la gente si sente un po’ obbligata quando t’incontra a parlare di musica. Del tipo un po’ di tutto: ho sentito quel cd, ho sentito quel concerto, quando va bene. Più spesso capita: c’era un mio amico al liceo che suonava la chitarra elettrica in un gruppo rock, lo conosci? No che non lo conosco. Si, dai, si chiama Colombo e suonava in un gruppo che facevano i pezzi dei Queen ma adesso lui lavora in una ditta di piastrelle. Dai, lo conosci? No, mi sa che non lo conosco. Oppure, e questo è un classico: ho sentito uno alla radio che non mi ricordo chi è che ha fatto un cd che non so il titolo ma suona il pianoforte. Dai, fa il jazz? Va che non lo so, è la risposta ma poi ti viene il dubbio e chiedi: ma per caso ha fatto anche un libro? Sì! Allora è Stefano Bollani.
Se poi ti dicono: ho visto uno in tv che suona il pianoforte e fa il jazz. Te dici: ha i capelli tutti ricci e un po’ lunghi? Sì è la risposta ma stai attento che ce ne sono due e sono gli unici due che suonano il pianoforte in tv e fanno il jazz. Uno è quello che ha scritto anche il libro di cui sopra ed è un genio e se ci fosse anche su tutti i canali e in tutte le trasmissioni a suonare il pianoforte sarebbe solo un sollievo per le nostre orecchie tediate dalla non-musica che la tv ci offre. L’altro invece, quello che racconta sempre che faceva il cameriere e ha dato il suo cd a Muti al ristorante ma poi Muti l’ha lasciato sul tavolino, quello è meglio lasciare stare. Ultimamente si è visto più lui in tv che Pippo Baudo. Poi racconta anche che per mesi interi ha mangiato solo pasta al tonno. E giro canale ma lui è da un'altra parte lì a raccontare sempre di Muti che non se l’ è filato e della pasta al tonno e poi dice anche che lui la musica ce l’ha sempre dentro che non può pensare che alla musica. Poi lo rivedo alla trasmissione della Dandini e parla di pasta al tonno, che faceva il cameriere a Muti e che lui, il pianista geniale, dedica un giorno della settimana a telefonare e un giorno alla settimana ad odorare. Poi suona e te pensi che Muti ha un gran fiuto e che non è un caso che il cd l’ha lasciato sul tavolino del ristorante.
Poi spengo la tv e cerco di dormire ma non ci riesco, un dubbio mi attanaglia la mente: quale sarà esattamente il giorno della settimana che dedicherà ad annusare?

Max De Aloe

6.12.06

L’armonica cromatica, Oh Susanna e il decreto Bersani


Mercoledì 6 dicembre 2006

Sapevo che prima o poi sarebbe successo…. Sapevo che prima poi su questo blog avrei dovuto parlare anche di armonica. Lo sapevo.
D’altronde te fai l’armonicista è normale che qualcuno ti chieda dell’armonica, se te facevi il falegname ti chiedevano dell’impregnante da mettere sul tavolo per non fargli venire i tarli o se te facevi il commercialista ti chiedevano se Bersani ha fatto bene. E da commercialista cosa avresti risposto? Come tutti gli altri commercialisti: che disastro sto decreto Bersani! Cazzo vuole sto Bersani! Sarebbe stato meglio che Bersani fosse andato a ramare il mare! Che fosse diventato ministro agli aggiornamenti della Play Station! E poi? E poi come tutti gli altri commercialisti avresti alzato i prezzi a tutti i clienti. Perché con il decreto Bersani dobbiamo alzare i prezzi (?!?). Dicono loro! Che adesso ci tocca lavorare di più! Loro, i commercialisti! Che lo vorrei anch’io un ministro che fa un decreto che poi non si sa come e perché tutti i musicisti devono alzare i prezzi.
Che poi i musicisti dicono: è colpa del decreto Fighetti Giancarlo, mica nostra! Vero! E i musicisti li pagano di più, anzi….li pagano.
Sapevo che prima o poi anche qui arrivavano gli appassionati armonica. Ho letto caro Ninni la tua risposta al post “Por la vida” dove ti sei insinuato e mi hai fatto le domande sull’armonica. Va che mi sono accorto. Che gli appassionati di armonica sono furbi. Io lo so. Lo so che sono furbi. Ma i principianti a me sono simpatici perché non c’hanno ancora tutti i tic di quelli più avanti. Sì perché suonare l’armonica cromatica ti aiuta a diventare due cose: o ironico e sempre incazzato. Percui, caro Ninni che mi scrivi come si fa a diventare come me sappi che se non ti piacerebbe vederti in un futuro prossimo o più ironico e più incazzato cambia subito strumento. Perché te dopo un po’ che suoni questo pezzo di ferro inizi a sentire la gente che ti dice: “Oh, oh, ma la sai ‘Oh Susanna’, che io da piccolo la sapevo suonare?”, “Oh, ma me lo fai il treno?!”, “Oh, ma ci leggi la musica con quella specie di strumento musicale lì?”, “Oh, ma le sai tutte le canzoni degli alpini?”, “Oh ma la fisarmonica a bocca è in do”? Che te o diventi ironico negli anni oppure “Oh Susanna’, gli dici, te gli dici, te la suoni te!”. Per non parlare della sequela armonica cromata, armonica acrobatica, armonica con il pistolino di fianco, fisarmonica a bocca…..per chiudere con (giuro): fisarmonica a bocca con il pistolino di fianco….ma piccola (riferito alla fisarmonica)!!! E’ vero! Ve lo giuro, mi è capitato.
Suonate il sassofono che nessuno vi rompe le palle! Datemi retta!
Ninni lascia stare! suona la batteria che gli spacchi i timpani ai vicini, quei bastardi. Si perché sono sempre i vicini di casa, travestiti, che li trovate in giro che vi fanno le domande del tipo: ma come si suona quella cosa? Guarda è facile, te gli rispondi, io ci provo da vent’anni ma adesso mentre saliamo in ascensore dal piano terra al terzo piano te lo spiego. Ci vuole poco.
Caro Ninni, va che non ce l’ho con te, che lo sai che vi voglio bene, che su jazzitalia ho scritto un sacco di cose belle sull’armonica. Che adesso è un po’ che non ci scrivo perché sono qua chiuso in casa che sto scrivendo un bel metodo per armonica cromatica. Un sacco di pagine, un sacco di esercizi, un sacco di scale, insomma un metodo che si potrebbe chiamare “L’armonica cromatica…..due maroni così”, oppure si potrebbe chiamare “L’armonica cromatica: come farti passare la voglia”. Giuro che è vero che lo sto scrivendo. Che tutte le volte che vedo i metodi per armonica ci sono su i fumetti, tre righe di spiegazione e poi le canzoncine. Com’è che i metodi degli altri strumenti sono pieni di note, esercizi, esempi? Belli, seri, rilegati bene. Certo che poi il vicino di casa ci chiede di suonare “Oh Susanna”. L’ha visto lui sul metodo “armonicisti in 24 ore” che c’è “Oh Susanna” e adesso vuole che la suoniamo.
Allora lo sto scrivendo io un metodo veramente noioso per l’armonica cromatica così vi annoiate subito e smettete. Lo faccio per il vostro bene.
Comunque caro Ninni, giuro che risponderò presto alle tue domande. Questa mattina lo volevo fare ma poi mi sono fatto prendere la mano. Ora vi saluto ma ricordate: non mi chiedete mai di suonare “Oh Susanna”, vi prego! Ho l’esaurimento nervoso. Vi prego!

Max De Aloe




25.11.06

Por la vida



Sabato 25 novembre 2006

Fin da ragazzino conosco Raffaella Tagliabue, oggi attrice di teatro di talento. Amicizie in comune, abitiamo nella stessa città ma niente di più. A metà anni ’90 lei va a Genova per seguire la scuola di recitazione del Teatro Stabile e io proseguo il mio girovagare da musicante. La rincontro anni dopo per la realizzazione di un cd, io ovviamente ci suono e lei recita una poesia. Mi racconta che vive sempre a Genova, che il teatro continua ad essere la sua passione, la sua vita e il suo lavoro. Passano anni e lei in un giorno di settembre di quest’anno in un negozio di dischi di Genova s’imbatte nel mio ultimo cd. Ascolta la versione di Bebo Ferra e mia di “El dia que me quieras” e sembra fatto apposta: infatti insieme all’amica e attrice Elena Dragonetti stanno scrivendo “Por la vida”, uno spettacolo sulle madri di Plaza de Mayo.
C’incontriamo: l’occasione è una data in un piccolo club del mio spettacolo “Un controcanto in tasca”. Elena a fine spettacolo ha gli occhi che le brillano. Imparerò a conoscerla come una donna determinata e di talento ma anche capace di guardare al di là delle cose. Sapeva fin da quella sera che avrebbe funzionato.
Il giorno dopo mi recitano “Por la vida” e rimango stregato, ma il testo è talmente forte che mi ci vuole un po’ per riuscire a far capire che il mio silenzio a fine recita è solo stupore, smarrimento, emozione per una scrittura e una recitazione così intensa e un tema come quello dei desaparecidos che t’inchioda alla poltrona.
A “Por la vida” si aggiungono così le mie musiche con la mia figura un po’ goffa in scena. Iniziamo a provare lo spettacolo prima a casa mia a Gallarate, sorretti anche dalle cene e dall’entusiasmo di mia moglie.
A inizio di settimana scorsa vado a Genova per le prove generali e la prima nazionale che abbiamo realizzato al Teatro della Gioventù giovedì 23 novembre.
Sono tre giorni intensi. Genova è piena di sole. Tre giorni nei quali ho l’occasione di conoscere meglio uno spaccato del teatro indipendente italiano. Che in soldoni vuol dire farsi un mazzo incredibile ma, non so perché, essere felici. Raffaella ed Elena sono due rocce. Sono brave, capaci, modeste sempre, distanti anni luce dalle attriciucole da soap opera. Sono stanche ma l’entusiasmo e l’amore viscerale per il loro mestiere sorregge tutto, anche me che sono abituato ai ritmi più gozzoviglianti dei musicisti. Spostano pezzi di scenografia da una parte all’altra di Genova a piedi. Invadono gli autobus con appendiabiti e panchine. Si girano tutti i negozi di cinesi alla ricerca di qualcosa che manca alla scenografia. Affrontano i burocrati del teatro con piglio sicuro. Proviamo per ore e ore di seguito come non mi è capitato neanche con Franco Cerri, noto nell’ambiente del jazz come il più rigoroso nelle prove. E nel loro mondo gravitano scenografe e costumiste appena trentenni sorrette da un amore ancora più forte perché neanche appagate dal narciso di apparire in scena che passano nottate a pitturare lanterne o costruire panche. Per fortuna nel loro mondo ci sono anche Antonello del negozio di dischi in via Cairoli che mi riporta un po’ alla musica e soprattutto Fausto, il proprietario della Taverna di Colombo (o una cosa del genere) che tiene aperto il ristorante anche se non c’è nessuno per non farci saltare anche la cena. Si perché nel teatro indipendente italiano a quanto pare si mangia una sola volta al giorno, se va bene. Una cosa che sarebbe impensabile nel mondo del jazz. Anzi sarebbe la rovina del jazz: la sua estinzione, come un virus letale. Incompatibile con il dna del musicista di jazz che mangia sempre prima del concerto contravvenendo a una regola dei teatranti o di molte altre tipologie di musicisti che mangiano sempre dopo lo spettacolo.
C’è un vento fascinoso a Genova la sera e anche scendere da Castelletto a piedi, con una panca della scenografia in spalla, ha un effetto strano, piacevole, rilassante. Rifletto sullo scorso spettacolo di Elena e Raffaella su Ulriche Meinhoff dal titolo “Appese a un filo”, di cui ho visto un dvd, sempre prodotto da Narramondo Produzioni Teatrali di Firenze e penso che sia importante trovare qualcuno in questa Italia che ha ancora voglia di realizzare spettacoli d’impegno. Teatro “civile” qualcuno lo chiama.
Le notti poi leggo a casa di Elena, dove sono ospite, la biografia di Peter Brook edita in Italia da Feltrinelli e penso di aver perso un pezzo di vita a non aver ancora visto un suo spettacolo.
Poi il giorno della prima: le prove si risolvono solo nella prova luci. Il teatro era disponibile solo dal pomeriggio. Non c’è tempo neanche per una “tecnica”, così come la chiamano loro e si va in scena.
E’ diverso da un concerto. C’è più fermento, ansia, entusiasmo. Sento che qui c’è più attenzione al progetto. Tutto è più corale.
Entro in trans per un’ora e mezza e prendo fiato solo mentre suono perché devo pensare solo a quello. In quel momento suono bene e mi ricongiungo a me stesso ma subito Elena e Raffaella mi ributtano nei carceri dove torturavano i desaparecidos, nelle milonghe dove si balla il tango, in Plaza de Mayo ad imparare la lezione di madri che grazie al loro “esserci sempre” hanno permesso ai loro figli in qualche modo di non morire.
Un’ora e mezza. Si riaccendono le luci e tra il pubblico che applaude qualcuno piange. Sono felice di fare questo mestiere, sono felice di avere incontrato Raffaella ed Elena. Prendo l’auto e nella notte torno a casa.
Max De Aloe

12.11.06

Jorge Ben o George Benson?

Ho ricevuto molte mail in relazione all’ultimo blog sull’illustre critico musicale. Mail che come spesso accade citavano “mancanze” e grandi superficialità dei professionisti del nostro Belpaese con riferimenti particolari alla categoria dei giornalisti e dei critici musicali. Intanto proprio mentre mi arrivavano mail su questo argomento l’amico e grande contrabbassista jazz Riccardo Fioravanti mi fa notare che su Repubblica di venerdì scorso 9 novembre c’è un articolo sull’ultimo cd della Mannoia dedicato alla musica brasiliana con star d’eccezione. Tra i tanti si cita anche Jorge Ben ma la foto con tanto di didascalia del compositore di “Mas que nada” è invece quella del chitarrista Gorge Benson. Beh, in effetti è facile sbagliarsi, sempre di musica si tratta….poi sono compositori entrambi….e entrambi sono di colore. Percui, dove’è il problema? Ma stavolta l’errore è sicuramente della redazione non certo del giornalista che una volta consegnato il pezzo ha poco controllo su quello che avviene nell’impaginazione dell’articolo.
Vero però che la critica musicale in Italia sia spesso incapace di approfondimenti, svogliata, facilmente incline al copia-incolla, ridotta a un semplice asservimento delle major discografiche. Un po’ come i dee-jay radiofonici, un tempo capaci diffondere le vere novità (il grande “Lupo Solitario”) o in grado di costruirsi radio indipendenti, libere, varie come in Italia negli anni ’70, oggi invece ridotti nella maggior parte dei casi a seguire un palinsesto preordinato o votati alla battuta facile, al semplice intrattenimento.
Per non parlare della nostra TV, privata o di Stato che sia, è lontana anni luce dal darci un input musicale che non sia una hit parade preregistrata per adolescenti svogliati da rendere sempre più omologati.
Chi oggi sulle pagine d’importanti giornali ci consiglia un cd lo fa più per inciuci diretti tra addetti stampa che per capacità di analisi reale del prodotto. Ma tutto questo lo sappiamo. O lo immaginiamo. Ma il problema è che è molto peggio di come lo possiamo ipotizzare.
Chiunque segue la musica da vicino in Italia rischia di disamorarsi sempre più dalla funzione della critica che invece avrebbe un suo valore nobile. Sì perché purtroppo questo malcostume ci porta a pensare che il critico musicale sia inutile. In realtà il ruolo della critica sarebbe fondamentale per il pubblico che avrebbe lo possibilità di avere utili e accurati suggerimenti nel mare sconfinato della musica che viene prodotta e l’interprete/musicista/compositore avrebbe un riferimento concreto e professionale sul suo lavoro come in quelle belle note di copertina sui vinile degli anni ’50 e ’60 dell’Impulse, Columbia o Blue Note.
E voi che ne dite?

Max De Aloe

29.10.06

Il critico nazionale!!!

Mario Luzzato Fegiz è un illustre critico musicale. Il critico musicale del Corriere della Sera. Del più importante quotidiano italiano. Spesso lo si è visto alla televisione italiana ai dopofestival del Festival di Sanremo sorreggendo o criticando gli Al Bano e i Reitano di turno. Un critico noto per musicisti noti, come Al Bano e Reitano appunto. Abbiamo avuto il piacere di vederlo anche fare la parte del giurato a una trasmissione come Music Farm. Il reality dei cantanti (?!?!) Tutto normale, tutto in linea con la nostra televisione, con la nostra musica, con i nostri giornali.
Mercoledì 18 ottobre sulle pagine del Corriere della Sera Mario Luzzato Fegiz firma l’articolo dal titolo “Addio ad Andrea Parodi l’ indiano dei Tazenda”. Un articolo sulla morte di Andrea Parodi. Ne descrive le tappe più importanti della sua carriera ma a un certo punto dell’articolo c’è lo scivolone. Il copia-incolla non funziona e il nostro critico miscela parte della carriera di Andrea Parodi (senza peraltro citare la sua intensa collaborazione con Al di Meola) con la vita di Paolo Fresu. Ma come mai? Forse perché sardi entrambi? Insomma in una girandola di gaffe trascrivo fedelmente: “….Nel 2000 arrivò la nomination per il ‘Django D’Or’ francese come miglior musicista internazionale insieme a Keith Jarrett e Charlie Haden…..” e ancora prima ci sono parti della vita del trombettista sardo infilate nel coccodrillo del povero Parodi.
Chiunque volesse leggersi l’articolo può andare sul sito del Corriere della Sera ma vi avverto: gli articoli tratti dall’archivio costano 5 euro….

Max De Aloe

11.10.06

L'altrove e il dentista-editore-poeta varesino

L’anno scorso un editore-poeta-dentista varesino mi chiese se avessi voluto partecipare ad un libro fotografico con artisti e pseudo tali varesini. Per rompere le mie titubanze mi disse che c’erano anche, tra i tanti, Missoni, Boldi, Jacchetti e Dario Fo. Missoni, Boldi e Jacchetti mi stanno sulle balle ma l’idea di essere vicino a un premio Nobel (seppure trombato alle primarie dell’Ulivo a Milano-ma questo succedeva dopo-) solleticava il mio ego con la delicatezza dei cannoni di Navarone.
Mi convinco velocemente e l’editore-poeta-dentista varesino o meglio, nell’ordine, dentista-editore-poeta varesino mi dice che di fianco alle foto di questo noto fotografo avrebbero voluto mettere degli scritti dell’artista. Il tema era l’altrove (?!?).
Le fote me le hanno fatte, lo scritto l’ho consegnato.
Il libro poi non l’ho comprato, l’ho sfogliato in libreria e ho scoperto che tra i tanti c’era anche il mio faccione in una posa ispirata con l’armonica in mano che sembra un cellulare (che molti avranno detto ma chi è questo pirla che si fotografare con il cellulare in mano?). Ma lo scritto di fianco alla foto non c’era.
Ho mandato una mail al dentista-editore-poeta varesino e mi ha risposto che lo scritto era poco artistico ed è stato cestinato e che siccome faccio il musicista tutti si aspettavano che mettessi uno spartito.
Allora ho pensato che lo scritto lo metto sul post di questa sera. Se avete voglia leggetelo sennò cestinatelo con un clik come il dentista-editore-poeta varesino.
Buona lettura


La redattrice mi chiama al telefono e mi spiega il progetto. Poi arriva il fotografo e mi fa le foto. Non è che m’imbarazzo con le foto. Ma una noia, una noia. Il fotografo lui sì che è bravo, ma bravo veramente ma a me sta storia qui di mettersi in posa per le foto va che è dura. Che la foto della prima comunione con tutti i bambini sull’altare con in mezzo il monsignore io me la ricordo bene. I dieci minuti più lunghi della mia vita. Più di dieci minuti, perché il Paolo Castiglioni e il Paolo Azzimonti erano già usciti dalla chiesa e noi lì tutti in posa sull’altare ad aspettarli. Che anche il monsignore iniziava a farsi venire i fumi. Me la ricordo bene sta storia della foto della prima comunione.
Poi la redattrice mi dice che devo scrivere qualcosa per il libro delle foto. Ma, mi scusi, ma il poeta può scrivere una poesia, lo scrittore un piccolo racconto, il pittore fa un bel ritratto e il musico cosa scrive? Può mettere uno spartito, mi risponde. Ha ragione. Che poi, mi dice, anche l’attore, per esempio, cosa scrive? Cosa scrive, dico io. Cosa scrive, dice lei. Boh! Diciamo insieme. Ma penso che mettere uno spartito sembra proprio che io ci credo veramente a sta storia di fare il musico che compone anche. Che a dire che faccio il musico già si fa fatica che c’è sempre uno che ti dice: ah, ho anch’io degli amici che suonano. E poi, e già lo sai che te lo dicono, sì ma di lavoro vero cosa fai? Che una volta per sbaglio ho detto anche che componevo e uno mi ha detto: come Mozart. Che io da quel giorno lì non dico più niente.
Per aiutarmi allora la redattrice dice che il tema è “l’altrove”. L’idea della partenza e del ritorno dell’artista nella città natale. E già mi vedo in tournée io, la mia armonica e il fido contrabbassista Riccardo Fioravanti. Mi passano per la testa tutte le mie belle citazioni di Pessoa, l’Aleph di Borges, mi sento già un piccolo Neruda a La Manquel, la sua casa in Normandia, dove si era rifugiato dopo aver preso il premio Nobel. Penso pure a “innamoramento e amore” di Alberoni e alla sua mogliettina che non mi ricordo come si chiama e a quel punto capisco che la cervice mi è esplosa in una melassa di egocentrismo e farneticamento cronico da commentatore di calcio in TV. Mi do una smossa.
Oh, mi dico - Va mio bel zifulatore di armonica che te non è che a suonare vai alla Carnegie Hall e neanche all’Opera di Parigi. E va che anche se ci andassi poi ritorni sempre a Busto Arsizio. Che non fa né trendy né bohemienne. Penso ai miei viaggi da musico: Agrate Brianza, Voghera, Cardano al Campo ma anche Bitonto, Cosenza, Ponsacco, Fasano. E la cosa più forte e intensa che riesco a tirare fuori dalla mia sensibilità di artista è sta storia dell’auto poi da spostare. Sì perché te puoi suonare ovunque ma appena arrivi c’è sempre uno che ti dice che puoi scaricare i tuoi strumenti ma poi l’auto la devi spostare. Può essere l’organizzatore di un Festival, il custode di un teatro, il barista etilista dello stand “arte, cultura & focaccia” del Festival dell’Unità ma quella frase lì te la devono dire appena sei arrivato. Che proprio pochi giorni fa alla Villa Erba di Cernobbio non faccio in tempo ad arrivare che mi dicono che lì sul retro dove scaricavamo i nostri bei strumentini la mia auto non la potevo lasciare. Siccome ultimamente sono suscettibile e rispondo che se è per me io prendo su tutto e come sono arrivato me ne torno a casa; quella volta lì siccome mi pagavano tanto ho detto va bene e l’auto l’ho spostata ma l’ho messa davanti all’entrata principale, vista lago, zona aperitivo che neanche Montezemolo ci parcheggia la Ferrari. Quelli si sono accorti solo dopo quando i centocinquanta invitati sono arrivati e guardavano la mia Ford Focus tutta infangata mentre i camerieri ci zigzagavano in mezzo per servire i loro salatini. Ah, che bell’altrove, quella volta lì a Cernobbio. Che il mio sogno, non so se l’avete capito è viaggiare per suonare ma parcheggiare l’auto sul palco e suonarci dentro….un giorno all’Opera di Parigi lo farò. Perché girare il mondo significa vederlo come lo vede Dio dall’alto: rotondissimo. Ma questa frase che è l’unica cosa bella di questo scritto non è mia ma di Nicola Bottiglieri. Buon Viaggio e buon musica a tutti…con l’auto vicino.

Max De Aloe

1.10.06

"Things" e Paolo Fresu

Domenica 1 ottobre 2006



Domenica sera, ascolto “Things”, il cd di Uri Caine e Paolo Fresu uscito da poco per la Blue Note. E’ una bella domenica sera e penso di essere fortunato di godere del piacere della musica.
Ho sempre avuto un amore viscerale per la musica di Paolo Fresu fin dalla seconda metà degli anni Ottanta. Quasi dai suoi inizi. E’ stato un innamoramento musicale dettato dall’istinto, dalle sensazioni, da qualcosa che colpiva il mio immaginario musicale ma che non mi preoccupavo troppo di analizzare. In quegli anni scoprivo il jazz, lo studiavo, avevo un timore reverenziale nel suonarlo e parallelamente continuano a suonare le tastiere nei gruppi rock. Ma registravo su cassetta tutto quello che trovavo: dalla fusion di quel periodo a Louis Armstrong. A diciannove anni ho visto il primo vero concerto di una star del jazz: Miles Davis, era il 1987. Non so se mi fosse piaciuto, era un progetto che allora mi lasciò completamente spiazzato e impreparato e proprio questo contribuì ad alimentare la mia curiosità. Nel jazz intravedevo un codice espressivo che sapevo alla lunga mi avrebbe rapito. Fresu invece mi sembrava da subito accessibile. Una musica di cui potersi veramente innamorare. Poi arrivarono studi musicali più approfonditi con il pianoforte e la scoperta dell’armonica cromatica. In vent’anni il jazz è diventato la mia vita e da allora ho imparato ad apprezzare molti modi di fare musica e molti artisti e cosa ridarei per riessere lì a quel concerto di Davis ma la musica di Paolo Fresu continua ad essere per me affascinante, arricchita di elementi di analisi che negli anni ho imparato ad comprendere ma epidermicamente provo quello che provavo vent’anni fa.
Paolo Fresu è senza ombra di dubbio il musicista più amato e più noto del nostro jazz in Italia e nel mondo. Critica e pubblico sono stati fin dai suoi esordi solidali, cosa che succede di rado, nel tributargli riconoscimenti ed affetto. Sì, perché Fresu è un musicista a cui si vuole bene perché capace, come solo poche grandi star sanno fare, di regalare la sua arte al pubblico con facilità pur suonando cose non “facili”. E’ un grande comunicatore senza usare mai trucchi di scena, artifici da star, strategie di marketing e di abili addetti stampa. Un musicista che ha avuto la capacità e la fortuna di iniziare giovanissimo già tra i grandi del jazz e quella fortuna lui l’ha saputa ripagare regalando negli anni sempre progetti musicali di grande spessore e originalità. Sì, perché quello che colpisce di più di questo trombettista, che è partito da un piccolo paesino della Sardegna e che ha portato il jazz italiano in tutto il mondo, è la sua capacità di coniugare grandi doti musicali con una sorprendente curiosità intellettuale e una modestia innata. Paolo Fresu non unisce solo i suoi musicisti sul palco, i suoi fans nei festival, ma allarga smisuratamente la prospettiva convogliando in progetti culturali e musicali musicisti di diversa estrazione, intellettuali, artisti, poeti, attori, artisti di strada, gente comune per dare vita a dischi, tournée, happening e festival (quello di Berchidda da lui organizzato ne è un vivido e affascinante esempio). Un curioso della vita e della musica che in un mondo di appiattimento culturale risulta essere una sana boccata d’ossigeno.
Ma se da una parte esiste il Paolo Fresu artista curioso e sempre bisognoso di nuovi stimoli con sempre nuovi e sapienti partner musicali, dall’altra parte c’è la fedeltà di uomo sardo non solo alle sue origini e alla sua terra ma ai progetti musicali che negli anni hanno saputo raccogliere consensi e autenticità, come il Paolo Fresu Quintet, la sua prima formazione arrivata ai ventidue anni di attività. Potete ascoltarlo in decine e decine di cd che fanno parte della sua smisurata discografia. Tra i tanti in questa sera domenicale mi viene da suggerirvi il sopracitato “Things” con Uri Caine ma anche “Ensalada Mistica”, “Ballads” o “Live in Montpellier” con il suo quintetto o “Contos” con John Taylor e Furio Di Castri oppure “Kind of Porgy and Bess”, “Metamorfosi” e altri ancora.
Buon Ascolto

Max De Aloe

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